C'è un problema a Piazza delle Muse a Roma

Giuseppe De Filippi

Un parcheggio che non è di scambio. E una piazza che non è una piazza, ma un tappo

Non è un parcheggio di scambio, quello di Piazza delle Muse. E’ un parcheggio di arrivo, di fine. Secondo la sua posizione di Finisterre dei Parioli. Oltre c’è lo sprofondo e sulla piazza danno le ultime case parioline. Il palazzo centrale è un esempio da storia dell’architettura di perfezione delle linee e dei volumi, nulla da aggiungere o da levare.

 

E poi con cosa, con chi, dovrebbe scambiare quel parcheggio? C’è solo l’onesto ma limitato 360 (una volta era il 4), e non c’è da alimentare granché di attività. Già non era proprio una piazza (e infatti si tentava di cavarsela chiamandola piazzale), perché metafisicamente mancava un lato, quello che si apre su una vista un po’ inutile, sulla valle del Tevere. Non che sia brutta, ma dice poco, e non è comparabile con altre vedute romane, proprio perché non guarda Roma. E la piazza che non è mai stata proprio una piazza ora è diventata il tappo di un parcheggio. Scavato per quattro rampe verso il basso, a sventrare la montagna come le basi dei nemici di James Bond, quelli che vogliono distruggere il mondo. Un lavorone concepito negli anni 90, avviato nel 2007, con relativo blocco per anni della piazza. Neppure il Tar e vari interventi ministeriali lo fermarono, riuscendo i promotori dell’iniziativa sempre vincenti con formule innovative del Consiglio di Stato. Ma c’era un destino cui non si è sottratta neppure la hybris dei costruttori di parcheggi (che in generale benediciamo), c’era un senso di fine, di appagamento, e di esclusione. Così il parcheggio non ha mai aperto i suoi ingressi/uscite verso piazza delle Muse, bloccati (e letteralmente ancora murati) da comitati di quartiere contrari all’idea che un parcheggio potesse portare automobili che, appunto, entrano ed escono. Infatti si entra da sotto la montagna, dal lontano viale della Moschea. E si prende l’ascensore per sbucare alle Muse. E dei 4 piani del parcheggio solo 2 sono stati aperti, quelli destinati non a scambiare ma al possesso privato, al posto auto. Mentre quelli usabili occasionalmente, come fascia blu, mai furono resi disponibili. E ora si usurano, invecchiano nella trascuratezza, come le mai usate rampe di uscita/ingresso. Sopra, il tappo del parcheggio, è ingentilito da siepi dagli aromi provenzali (rispettatissime), ma pavimentato in modo lugubre, di grigio uniforme. Una volta c’era la giostra, la ghiaia, pini gentili piegati per favorire l’arrampicata. Ora molti ragazzini la sera, con le macchinette, tra il profumo di rosmarino e di lavanda, ridono forte nel piccolo brivido di Finisterre. Le auto dei grandi sono tutte arrivate, parcheggiate, sottoterra.

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