Non solo minimarket e degrado, ci sono migranti di successo

Viaggio nella Capitale per raccontare le storie di un sarto, un pizzaiolo e uno chef

Non solo minimarket e degrado, ci sono migranti di successo

Deturpano la città, spuntano come funghi e lentamente stanno cambiando i connotati del centro storico. I minimarket a Roma sono un problema. Lo ha dovuto riconoscere anche l’assessore al Commercio Adriano Meloni che in settimana farà approvare in giunta il regolamento che vieta l’apertura di nuovi esercizi di questo tipo nei dodici rioni del centro, dove dal 2010 la crescita è stata del 30 per cento. Dei 6.200 alimentari presenti nel tridente, uno su tre è un minimarket gestito da stranieri.

Nella Capitale questi piccoli negozi, segnalati da rozze luci al neon, sommersi da frutta e verdura senza l’indicazione di provenienza, inscatolati alimentari e cianfrusaglie di ogni tipo, stanno sostituendo vecchie botteghe e storici negozi, alimentando il fastidio di tanti, anche nei confronti di chi gestisce tali attività: i cittadini del Bangladesh, romanescamente conosciuti come bangladini. “Annamo dal bangla” dicono i ragazzi che di sera risparmiano comprando una birra in questi esercizi (una Peroni da 66cl ha un prezzo variabile tra un euro e 20 ed un euro e 50, ed è nata addirittura un’app che si chiama ‘Bangla di Roma’ per identificare il minimarket più vicino).

 

Dal Bangladesh però, talvolta può arrivare qualcuno che ti combina il contrario. E così, capita che in un negozio di una piazza della Balduina che negli ultimi anni ha cambiato più volte gestione (cartoleria, pizzeria, centro scommesse ed altro ancora) spunti una sartoria artigianale: tessuti di diverse qualità, varietà di tinte (12 solo gli azzurri) e con fantasie classiche o più audaci appese alle pareti laterali; metri e macchine per il cucito sparse per la piccola bottega, tra il bancone principale e gli altri tavolini. E su una mensola, i prototipi dei diversi colletti da mettere sulle camicie: italiano, francese, Windsor, coreano.

Quando entri, però, non ti accoglie un “Buongiòrno” alla napoletana pronunciato da un Antonio o da un Luca, ma lo stesso saluto, detto in un italiano stentato da Rahman, 35 anni originario di Femi, Sud-est del Bangladesh. Il business principale del negozio è quello delle camicie: “Hanno costi diversi – spiega Rahman - il cotone è come l’oro, cambiano i carati e cambia il prezzo, al minimo puoi spendere 50, se vuoi il tessuto migliore ne chiedo 80”.  Fra i suoi clienti più affezionati, Rahman ha i liberi professionisti del quartiere di Roma nord, che vengono  qui a farsi prendere le misure. Ad aiutarlo con ago e filo c’è il fratello più piccolo, mentre nel retrobottega la moglie bada alle due piccole figlie. Rahman è sarto da sempre. Faceva questo lavoro a Femi, doveva aveva il suo negozio, e lo ha fatto anche a Dubai: “Lavoravo in una sartoria che produceva abiti tradizionali arabi, il titolare mi stimava moltissimo, in effetti, a tagliare la kandura (la tunica che è alla base dell’abbigliamento emiratino ndr) ero il migliore” racconta.  Otto anni fa ha raggiunto il fratello maggiore che a Roma aveva messo su un bel gruzzolo facendo il cuoco a San Lorenzo: “Vivevo con lui, poi mi ha raggiunto mia moglie e oggi viviamo con le nostre figlie alla Balduina, proprio qui dietro”.  Negli anni passati ha lavorato in diverse sartorie italiane: dal Tufello a Morlupo fino ad arrivare in centro: “Lì ho imparato a conoscere i vostri gusti”.

 

Mentre Rahman tirava sù la sua sartoria, ad aprile, nella periferia sud di Roma, a Torbellamonaca, i militanti di Azione Frontale, una microscopica formazione neofascista nata da una costola di Forza Nuova, hanno attaccato sulle saracinesche dei negozi gestiti da immigrati (il 40 per cento nel quartiere) dei manifesti con scritto: “BOICOTTA I NEGOZI STRANIERI”. A molti la notizia ha ricordato inquietanti echi del passato. Ma, si sa, il genio imprenditoriale non ha colore, religione e razza. E quello bengalese in un noto quartiere del centro di Roma si fa beffe dell’italico razzismo. Manic (il nome è bengalese, ma di fantasia, e capirete presto il perché) ha 30 anni ed è arrivato in Italia dal Bangladesh alcuni anni fa, per cinque ha lavorato in una pizzeria d’asporto gourmet (solo condimenti eccellenti, con conseguenti prezzi, 7 euro e 50 per una Margherita). Lì, ha fatto tutto il cursus honorum: da addetto ai fritti a pizzaiolo. L’obiettivo era semplice: accumulare il capitale per costruire una lussuosa villa nella terra natia. Osservare il suo capo, però, lo ha ispirato. E così quella idea spaccona è tramontata e Manic ha usato i suoi risparmi per fare l’imprenditore, aprendo una pizzeria d’alta qualità: 72 ore di lievitazione e condimenti Dop, Doc, Ipg (e tante altre sigle che fanno rabbrividire i fautori del libero commercio).  Prima, però, è andato in Bangladesh per sposare la sua promessa sposa e riportarla con lui in Italia. Oggi nella sua pizzeria, t-shirt e pantalone bianco indosso, fa insieme il pizzaiolo e l’addetto ai fritti, mentre a prendere gli ordini al telefono ci pensa Angelo, alto e servizievole trentenne italiano, come tutti i suoi speedypizza. “No, voi siete matti! Non si deve assolutamente capire che questa pizzeria è gestita da uno straniero”  ci risponde quando chiediamo di intervistarlo. “Già ho dovuto fare un casino per togliere da Google Maps la vecchia pizzeria che era di un egiziano che aveva messo il suo nome. Il mio non appare da nessuna parte, mica sono scemo: cerchi l’indirizzo e trovi solo quello della pizzeria!”. Rimaniamo basiti, capendo che il ragazzo scemo non lo è proprio per niente: “Io qui devo sembrare lo schiavo – prosegue – la gente non deve capire che sono il titolare sennò sapete i clienti che perdo? L’altro giorno mi chiama una signora e sente che non parlo bene in italiano e mi chiede abbastanza infastidita: ma questa pizzeria è gestita da immigrati? Io le ho risposto così: no signora, il titolare ancora non è arrivato, ma intanto può tranquillamente dire a me”.

 

Il bengalese più ricco che abbiamo incontrato, però, non è un imprenditore, o meglio non perfettamente. Imon ha 36 anni e, come pochi altri coetanei, un rolex al polso. Dieci anni fa ha iniziato a lavorare come lavapiatti in un noto ristorante da mille coperti tra Monteverde e la Gianicolense. Oggi di quello stesso posto è lo chef, con uno stipendio da fare invidia e con il quale si è aperto un ristorante alla Magliana e un bar. Ma, anche per fedeltà a chi gli ha permesso di farcela: “oggi continuo a lavorare qui”.

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