Un mistero chiamato Teatro dell'Opera

Musicisti con l’indennità e sindacalisti d’orchestra fecero scappare Muti, tre anni fa. Oggi cos’è cambiato?

Un mistero chiamato Teatro dell'Opera

Sono passati quasi tre anni da quando il Maestro Riccardo Muti ritirò la bacchetta e diede il ben servito al Teatro Costanzi, meglio conosciuto come Teatro dell’Opera di Roma.

 

Era il 21 settembre 2014, la fine di un’estate adombrata dal timore di una liquidazione coatta della fondazione che gestisce il teatro e segnata dalle polemiche tra il sovrintendente Carlo Fuortes e i sindacati che, a suon di scioperi, chiedevano un aumento dell’organico dell’orchestra.

 

In una lettera ufficiale Muti motivava così il suo rifiuto di dirigere l’Aida e le Nozze di Figaro: “Purtroppo, nonostante tutti i miei sforzi per contribuire alla vostra causa, non ci sono le condizioni per poter garantire quella serenità per me necessaria al buon esito delle rappresentazioni”. Parole che si prestavano a più interpretazioni: se i lavoratori hanno letto in quel contributo alla vostra causa un segno di solidarietà nei loro confronti, per Fuortes furono la goccia che fa traboccare il vaso e la molla per un piano di licenziamenti: via 182 artisti, tra coro e orchestrali, 3,4 milioni di rispamio l’anno, e un’esternalizzazione che – secondo il sovrintendente – avrebbe permesso anche un miglioramento della qualità artistica. Insomma, un nuovo paradigma per la gestione dei teatri lirici in Italia. Una settimana più tardi, però, con un clamoroso dietrofront, Fuortes firmò un accordo con i sindacati: lui stracciava il piano di licenziamenti e i musicisti rinunciavano a diverse indennità, ai premi di produzione e a scioperare per 24 mesi.

 

Nella buca dell’orchestra, però, aleggia il timore che il sovrintendente stia nel frattempo cercando un modo per attuare il suo piano di tagli. Un timore acceso dall’ultimo rapporto del commissario straordinario del Governo per le fondazioni lirico sinfoniche, Gianluca Sole. “I modesti utili registrati sono insufficienti a valutare positivamente il percorso intrapreso”, si legge nella relazione, in cui il commissario insiste sull’indebitamento del teatro: “L’incremento dello stock debitorio della Fondazione segna un rallentamento nella dinamica di risanamento” (il debito nel 2015 è arrivato a 54 milioni, ndr).

 

Eppure Fuortes vanta grandi risultati: dai 180mila spettatori di quando arrivò, ai 242mila del 2016 (+75 per cento), con ricavi di biglietteria cresciuti leggermente meno per la riduzione dei prezzi (+70 per cento).

 

I numeri sembrano riconoscergli il successo, soprattutto a confronto con quelli del passato. Il Teatro dell’Opera nel 2013 era un carrozzone incapace di chiudere in pareggio: 13 milioni di deficit in quella gestione e 33 milioni di debito cumulato, nonostante un finanziamento annuo variabile (in continua discesa), ma sempre intorno ai 40 milioni (per il 2017, i dati del bilancio previsionale parlano di contributi statali per circa 23 milioni, 15 dal Comune e quasi 2 dalla Regione). Fu anche per questo che il sovrintendente aderì ai finanziamenti concessi dalla legge Bray (la stessa che istituisce il commissario straordinario del governo e i rapporti semestrali sui bilanci di chi aderisce al prestito), approvata per risanare le fondazioni liriche affossate dai debiti: 25 milioni per spostare l’indebitamento a breve verso dipendenti e fornitori in debiti a lungo termine verso lo stato. Una legge per risanare i bilanci nella quale i sindacati vedono però oggi una pericoloso cavallo di Troia: con una modifica introdotta con la legge 160 del 2016 – dicono le malelingue, proprio su suggerimento di Fuortes – le fondazioni che non raggiungono il pareggio di bilancio devono ridurre l’attività, fino alla chiusura temporanea o stagionale, e trasformare per quel periodo i rapporti di lavoro, da tempo pieno a tempo parziale. Inoltre la legge introduce la possibilità di declassamento da fondazioni a teatri lirici, con il rischio di perdere i ricchi contributi pubblici.

 

Un allarme risuonato anche in Campidoglio, dove il sovrintendente, convocato due settimane fa in audizione in commissione Cultura ha però tranquillizzato tutti: nessun rischio di sforare i parametri. “I debiti 2015 – ha spiegato – ammontano a 54 milioni di euro, ma se si sottraggono i 25 milioni iscritti a bilancio come stanziamento della legge Bray, e si tolgono i 16 milioni di crediti vantati dalla Fondazione, risulta che l’indebitamento netto è di soli 13 milioni, un valore fisiologico per una realtà che produce ricavi per oltre 50 milioni”.

 

L’amministrazione grillina gli ha creduto, alcuni sindacati, invece, restano, diffidenti. Anche perché, a torto o a ragione, nel giro della lirica, Fuortes si è costruito la fama di tagliatore di teste, da quando, nel 2012, fu chiamato come commissario a ripianare i conti del teatro Petruzzelli di Bari. Molti pensano che il modello di gestione delle fondazioni liriche con comparti artistici esternalizzati e conseguente riduzione dei costi di gestione, non sia mai uscito dalla sua testa.

 

I pentastellati, dal canto loro, fanno una sorta di doppio gioco: il candidato premier in pectore, Gigi Di Maio, sabato a Verona ha incontrato i lavoratori dell’Arena facendo la voce grossa contro: “Chi ha gestito le fondazioni liriche come Alitalia, e oggi chiede che a pagare siano i lavoratori”, non risparmiando critiche anche a Fuortes, che lì è commissario del governo.

 

A Roma, invece, la giunta sembra fidarsi di lui. E pensare che il nome del sovrintendente, dopo la caduta dell’ex sindaco Marino, circolava in ambienti Pd per sfidare l’attuale sindaca nell’agone delle amministrative.

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