Tor di Valle visto da Singapore

Ecco come la vicenda dello stadio viene giudicata – male – dai turbo investitori asiatici

Tor di Valle visto da Singapore

Lo skyline di Singapore (foto LaPresse)

Manfrine come quello dello stadio della Roma – si fa, non si fa, si fa a metà – danneggiano l’immagine dell’Italia e della capitale come centro di attrazione di investimenti stranieri. “Noi ci proviamo a raccontare il lato buono dell’Italia, ma queste vicende…”: ragiona così, di fronte a un piatto di gricia al Testaccio, il presidente della Camera di Commercio italiana a Singapore, il finanziere Federico Donato. La piccola città-stato incastonata tra Malesia e Indonesia è una miniera di opportunità e di investimenti, ma l’Italia riesce ad attrarne pochi. “C’è qualcosa, la gestione di un terminal portuale a Genova e uno a Venezia da parte del colosso PSA, l’investimento del fondo sovrano GIC nel centro commerciale Roma Est, nel 2016 l’acquisto del 20 per cento di Moncler da parte di Temasek… ma potrebbe esserci molto di più”.

 

Rispetto ad altri paesi europei, gli investimenti singaporeani in Italia sono risicati. Fino a pochi anni fa la società aeroportuale di Singapore era socio di minoranza di Aeroporti di Roma, ma anche lì i dissidi sulla governance portarono al divorzio. L’Italia ha una sua ambasciata a Singapore (guidata da Paolo Crudele, pare si dia un gran da fare) e le dedica molte attenzioni: da Padoan a Calenda, passando per Scalfarotto e Della Vedova, gli ultimi esecutivi hanno visitato spesso la città-stato. Singapore invece aprirà un’ambasciata a Roma solo quando i traffici economici tra i due paesi giustificheranno la scelta. Al momento ci sono solo un ambasciatore non residente (l’immobiliarista Chio Kiat Ow, che come i suoi predecessori viaggia in Italia tre o quattro volte l’anno, ma senza stabilirsi) e un console onorario. Qualche mese fa, guidando una delegazione di 30 imprese del suo paese accompagnate dal presidente della Repubblica Tony Tan, l’ambasciatore Ow proposte a qualche politico nostrano: “Fatemi una lista delle cose interessanti in cui gli imprenditori di Singapore potrebbero investire in Italia”.

 

Pragmatismo da mercanti dell’Indocina, così diverso dalle mille lungaggini della burocrazia italica. Qualche segnale positivo in realtà c’è stato: nel 2014 è sbarcato in Via Veneto Kwek Leng Beng, uno dei paperoni di Singapore (patrimonio stimato di oltre 7 miliardi di dollari), per perfezionare l’acquisto del Boscolo Palace. GIC ha messo un po’ di soldi nel piatto del fondo Atlante. Nel settore alberghiero romano, dicono, altri miliardari della Lion City potrebbero lasciarsi attrarre. Alla Farnesina, soprattutto dopo che il governo italiano ha rimosso Singapore dalla famigerata black list dei paradisi fiscali, ci si aspetta che la benedetta ambasciata venga aperta. Donato concorda: “Noi facciamo del nostro meglio, abbiamo anche aperto un ufficio a Milano per aiutare i singaporeani a conoscere l’Italia, ma ora tocca a loro”.

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