I luoghi perduti. Okkupazioni, sgomberi, abbandoni

Forse un’altra storia di occupazione e dimenticanza si prepara

I luoghi perduti. Okkupazioni, sgomberi, abbandoni

Striscione al Teatro Valle durante l'occupazione (foto via Flickr)

Secondo quanto affermato dal prefetto di Roma Franco Gabrielli in sede di Commissione d’Inchiesta, le occupazioni abusive a Roma sono 101. I casi più eclatanti: il Teatro Valle (occupato il 14 giugno 2011, riconsegnato l’11 agosto 2014, oggi in stato di abbandono). L’Angelo Mai, ex convitto (occupato nel 2004, sgomberato nel 2006, rioccupato nel 2009, ripreso dal Comune nel 2016, oggi abbandonato). Il Rialto Sant’Ambrogio, palazzo del ghetto sgomberato nel 2015.


 

Un’isola nel mare di piccole vie, le scale e il cortile sopraelevato con il portico da piazza fantasma di un Sudamerica di Marquez. E poi il teatro, la chiesa sconsacrata e le stanze da scoprire, dalla più grande alla più piccola e dalla più piccola alla più grande. Un’enorme matrioska polverosa: si presentava così, a metà degli anni Duemila, l’Angelo Mai, ex convitto abbandonato e occupato da famiglie senza casa e artisti nelle more della decisione “ne facciamo una scuola media o una Casa per il turismo?”. Si entrava salendo le scale dalla propaggine sinistra dell’ex Suburra (quartiere Monti), lasciandosi alle spalle il brulichìo, e una volta entrati cambiava il sonoro, il secolo e il continente, a seconda della visione: anziano con sedia, bambini che inseguono gatti o serata-tango tra muri azzurrognoli, sotto l’ex altare della chiesa.

  

Era l’inizio del 2006 e si parlava dell’Angelo Mai come di un simbolo di contrapposte “visioni” politiche e culturali: “crocevia di creatività”, si diceva nei giorni in cui cantanti e attori, con Vinicio Capossela e Niccolò Fabi, chiedevano al Comune di decidere che cosa fare dell’ex convitto, per alcuni “esperimento autogestito”, per altri “opportunità di dare alla scuola pubblica un edificio adeguato”, per altri ancora “rifugio per persone sfrattate” e “occasione” per “far rivivere” un luogo abbandonato. E oggi che l’Angelo Mai, sgomberato sette anni fa, non è né scuola né piazza alla Marquez né stanza segreta del tango, e anzi, come da titolo del Corriere della Sera, è ormai “rudere” che cade a pezzi tra gabbiani, topi e calcinacci, nonché pozzo in cui sono caduti soldi per restauri e lavori (9 milioni di euro, e ne servirebbero altri 5 per finire l’opera), il suo essere “luogo perduto” nella città persa si fa storia ricorrente. Perché anche se le attività dell’Angelo Mai sono proseguite negli anni successivi nei pressi di Caracalla, l’Angelo Mai della Suburra, con le sue erbacce, ha in comune con altri luoghi perduti la parabola: prima un abbandono e un parziale oblìo, poi la leggenda metropolitana di un uomo nero commerciale che mette l’occhio (ras dei supermercati? imprenditore del panino?), poi la pressione sul Comune (“metteteci una scuola, una biblioteca, un centro anziani, un centro bambini, un ostello per senzatetto, una galleria d’arte”), poi la palude dei tempi morti, l’occupazione, le polemiche, la non-azione, le altre polemiche; poi lo sgombero, i soldi che arrivano “ma mai abbastanza”, le speranze deluse e infine il grande nulla: il luogo per cui lottavano cantanti, attori e scrittori sparisce dalla prima pagina, dal blog, da Facebook e dalla memoria, come non fosse mai esistito, sostituito però presto da un altro luogo ritrovato, riscoperto, occupato e presto perduto come il precedente.

 

Svanito nel nulla l’Angelo Mai, infatti, è emerso dalla nebbia il Rialto Sant’Ambrogio, edificio austero e insospettabile moloch per serate di musica elettronica, teatro e poesia in un angolo del Ghetto. Anche al Rialto era una scala a portare nel palazzo nel palazzo, ai rampicanti, al ballatoio e dietro l’angolo alle stanze, anche quelle una dentro l’altra, dalla più piccola alla più grande e ancora alla più piccola, dietro la tenda nera. Aveva chiuso e riaperto, il Rialto, e ogni volta la riapertura veniva chiamata, dai collettivi sostenitori, “liberazione” o “festa”, con lessico da  scampato-pericolo, come fosse stato rigettato un misterioso oppressore, anche se la realtà diceva molto di meno e molto di più: il Rialto era “bene del Comune di Roma” assegnato all’associazione “Rialto Occupato” per svolgere attività culturali in base alla delibera 26 del 1995 (tempi di giunta Rutelli in cui la delibera regolamentava l’utilizzo degli immobili di proprietà comunale “per scopo sociale, culturale e ricreativo”, concedendoli o affittandoli a un prezzo agevolato). Alla riapertura del 2014, i membri dell’associazione Rialto Sant’Ambrogio avevano, non a caso, descritto l’edificio come “luogo sinergico con l’esterno”. E quando, dopo la tre giorni di “liberazione” e dj-set, performance e improvvisazioni teatrali e letterarie, il Rialto riprendeva un tran-tran di serate molto frequentate trasversalmente (per età e ambiente), la seconda vita del luogo mezzo-perduto riprendeva quota sui social network: “bell’esperimento”, “vitalità dal basso”, “autogestione riuscita”, erano i commenti.

 

E però poi, prima e dopo la chiusura del 2015, la sua storia veniva sommersa da altre storie, e soprattutto dalla contemporanea e più mediatica storia del terzo luogo perduto di questi anni, il Teatro Valle, che oggi, a due anni e mezzo dallo sgombero, è ancora sospeso nel limbo dei restauri e del non chiaro futuro utilizzo, non più attraente come canovaccio di polemica o soltanto stancamente sollevato a mo’ di drappo rosso che fa inferocire il toro. Il Valle occupato è stato punto dolente per due giunte (quella di Gianni Alemanno e quella di Ignazio Marino, entrambe tentate dal laissez-faire, a partire dalla bolletta della luce pagata dal Comune), ma anche, nell’immaginario degli occupanti e dei sostenitori,  professori benecomunisti compresi, un “esprimento autogestito” di “creatività” (e forse sta anche nel lessico ricorrente da baedeker assembleare d’antan la chiave di queste storie di recupero, innamoramento e oblìo). Tra il 2011, anno dell’occupazione del Valle dopo lo scioglimento dell’Eti, e il 2014, anno dello sgombero, del Valle si parlava come piattaforma di lancio per nuove iniziative politiche, anche benedette da Alexis Tsipras alla vigilia delle Europee (lo si ascoltava in silenzio e in fila, in lingua originale,  ospite d’onore tra i velluti).

 

Poi, dopo lo sgombero, e dopo le polemiche sul futuro coinvolgimento (o meno) degli ex occupanti, il nulla è avanzato con sporadici arretramenti, come quando, da Facebook, si è cominciato a parlare dello stato di “degrado” del teatro mezzo-restaurato, e a chiedere alla giunta Raggi: e voi che cosa farete? E il nuovo assessore alla Cultura Luca Bergamo, sempre su Facebook, ha risposto che la giunta stava facendo il possibile ma che il recupero “ahimè”, richiedeva tempo, e che “l’accordo di valorizzazione” era tra Comune, MIBACT e Demanio dello Stato, e “serviva per regolare il passaggio in proprietà del teatro al Comune”, passaggio in assenza del quale nessun intervento sarebbe stato possibile da parte di Roma Capitale. E chissà, forse un’altra storia di occupazione e dimenticanza si prepara. O forse il luogo perduto è organico a Roma, anche quando non c’entrano le occupazioni. Dimenticato è infatti il Campo Testaccio, campo della Roma anni Trenta, buco nero nel cuore del quartiere. Dimenticato è lo stadio Flaminio, forse per effetto fagocitante del vicino Auditorium-testuggine di Renzo Piano. Dimenticata è la cosiddetta “ferrovia urbana”, fantasia di viabilità veloce in zona Balduina negli anni Novanta, poi eterno binario morto dove scattarsi foto sdraiati tra le rotaie, da gioventù bruciata alla “Trainspotting” (beffa del destino: il seguito del film esce in questi giorni, ma nessuno più fa si scatta foto alla ferrovia).

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