La redazione del Foglio più che mai nel pallone. Non solo è sabato e siamo solo sei (a metà reunion arriverà Cerasa stropicciandosi gli occhi, dopo essere stato richiamato in servizio a sirene spiegate), ma la notizia del giorno non è che cosa succederà a Roma (chi la governerà?), ma “alla” Roma (chi la comprerà?). Soros è alle porte, c’è chi non vuole crederci, comunque si indagherà. Per il resto, atmosfera raccolta, nel vero senso della parola, visto che siamo così pochi che per una volta ci stringiamo nella stanza dei vicedirettori, e Casotto non si schioda dalla sua scrivania nemmeno per quei tre quarti d’ora quotidiani. Ma tutto il resto, a fronte della inaudita commistione Pupone-Soros, passa necessariamente in secondo piano. Ferrante, seduto finalmente in comoda e canonica posizione yoga su un tavolinetto (e non sulla consueta sedia), prova a raccontare di Tremonti (“solitudine di Tremonti”, ma anche “inaspettati consensi per Tremonti”) e di non so quale banca scozzese nelle peste. Willy Ward, annuncia Paola, ha intervistato i tre candidati sindaci di Londra su Berlusconi, e gli albionici fanno unnanimemente i trinariciuti. Prima, siparietto di vite vissute sul futuro dei giornali di carta e di quelli online. Giuli, oggi il più turbato in quanto romanista, rimpiange la tradizione orale. Si finisce presto, al lavoro.
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