Giornali, settimanali e televisioni parlano molto del Muro di Berlino, dell'anniversario della sua caduta eccetera. Un redattore imponente spiega qual è il polso della gente-gente, non gli intellettuali che riavvolgono il film della memoria o i professori che studiano i totalitarismi che sconvolsero l'Europa: "Ero al bar e uno di fianco a me fa all'amico: 'Aho', ma te ce vai a festeggia' er muro?". Preso atto che chi scrive sui giornali spesso si perde in dettagli sconosciuti ai più, ci si chiede se "'sto muro" sia stata comunque una cosa "grandiosa", se "portato via l'ultimo mattone a casa dell'ultimo turista s'è persa la memoria" o se il fatto che sia stata una rivolta non violenta a chiusura di un secolo violento non abbia un qualche significato. Si opta alla fine per un lungo pezzo di Rocca sulla profezia di Reagan per un approfondimento sul "limes", il concetto di confine, di "muro sacro", dai tempi dei romani fino a Berlino e oltre. Il fatto che il pezzo abbracci un così ampio spazio di tempo non tragga in inganno: non lo scrive Stefanini, ma il vicedirettore che più ne sa, il romano e romanista Giuli.
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