Andrea Riccardi

Se avesse seguito la corrente familiare oggi Andrea Riccardi non sarebbe quello che è – il premiatissimo leader della comunità di Sant’Egidio – ma un laicissimo e meno noto dirigente di un istituto di credito. A questo il destino sembrava chiamarlo attraverso le premure del padre, origini umbre, partigiano in Albania dopo l’8 settembre, fino all’ultimo fedele al re, sopravvissuto alla deportazione in Germania e dopo la guerra presidente di banca, borghese laico e illuminato, con uguale orrore per le due “chiese”, la comunista e la democristiana, come insegnava il suo mito intellettuale Mario Pannunzio.

di Lucio Brunelli

Se avesse seguito la corrente familiare oggi Andrea Riccardi non sarebbe quello che è – il premiatissimo leader della comunità di Sant’Egidio – ma un laicissimo e meno noto dirigente di un istituto di credito. A questo il destino sembrava chiamarlo attraverso le premure del padre, origini umbre, partigiano in Albania dopo l’8 settembre, fino all’ultimo fedele al re, sopravvissuto alla deportazione in Germania e dopo la guerra presidente di banca, borghese laico e illuminato, con uguale orrore per le due “chiese”, la comunista e la democristiana, come insegnava il suo mito intellettuale Mario Pannunzio. Persino nell’aspetto fisico, ad Andrea Riccardi, è rimasto qualcosa di quella predestinazione inadempiuta: la barba corta e brizzolata, gli occhialetti con la montatura d’argento, il portamento elegante: le sembianze tipiche degli intellettuali liberal-chic de Il Mondo, il settimanale preferito di papà, ma visto come il fumo negli occhi dalla Chiesa pacelliana.

È vero che fra i prozii di Riccardi figura anche un monaco beatificato da Pio XII nel 1954
: tale Placido Riccardi, religioso benedettino fra le cui virtù si ricorda l’eroica e cristiana pazienza con cui sopportò l’abate suo superiore, che lo spedì in esilio nella dimenticata abbazia di Farfa, causa problemi avuti con un novizio eccessivamente mistico e visionario. Ma il piccolo Andrea, il giorno della beatificazione, aveva appena quattro anni e di quella cerimonia ricorda solo l’acre odore dell’incenso. Di fatto la religione e la Chiesa non lo interessarono granché nella stagione dell’adolescenza. Nato a Roma nel 1950, a sei anni si trasferisce con la famiglia a Rimini. E già dimostra un caratterino niente male, unitamente a una precoce attitudine autodidatta. “Dovetti interrompere la prima elementare, e non volevo più tornare sui banchi. Dicevo che ormai sapevo leggere e che mi sarei fatto una cultura da solo”. Sulla riviera romagnola Andrea scopre la politica, incontra il mondo comunista. A quattordici anni la prima infatuazione, per la sinistra socialista. Lo attrae il Psiup, nato da una costola del Psi in opposizione alla politica di dialogo con la Dc. Ma ha personalità troppo forte per finire intruppato nella vecchia cultura marxista. Pur sentendosi “figlio del ’68”, inizia a porsi domande che non trovano spazio nei collettivi politici. “Pensavo: bisogna cambiare l’uomo. Se cambiamo l’uomo, potremo fare la rivoluzione”. A quindici anni aveva acquistato la sua prima Bibbia. E aveva iniziato a leggere i Vangeli, “pur mantenendo un certo distacco dalla Chiesa”.

Più si immerge nella lettura delle Sacre Scritture, più diventa critico
verso le ideologie. E più sente il fascino della figura di Cristo. Entra in contatto con la galassia dei nuovi gruppi cattolici di Gioventù studentesca, il cui centro è a Milano e l’ispiratore don Giussani. A sedici anni torna con la famiglia a Roma. Conosce e frequenta giessini che saranno famosi, come Rocco Buttiglione, ma infine segue una propria strada. “La parrocchia non mi piaceva, nemmeno l’Azione cattolica, sentivo però l’esigenza di fare qualcosa nel mio liceo”. Il suo liceo è il Virgilio, uno dei più aristocratici di Roma. Nel febbraio 1968 riunisce per la prima volta alcuni compagni nel vicino oratorio della Chiesa Nuova in corso Vittorio. È l’atto ufficiale di nascita della comunità di Sant’Egidio. Anche se ancora non si chiama così. Il tema di quella prima riunione è la solitudine: “Come uscire dalla solitudine e aiutare gli altri”. Ragazzi della media e alta borghesia romana. Ben vestiti, ben educati. Esistenzialmente insoddisfatti. Sessantottini sui generis. Niente molotov, niente scontri con la polizia. Il Vangelo al posto del Capitale. Dio e i poveri. Il diciottenne Andrea Riccardi ha una Vespa. Non la usa per andare ai festini della Roma bene. La usa come Nanni Moretti nel suo “Diario”, per esplorare i quartieri più lontani, ma anche le baraccopoli sorte nella periferia. Qui iniziano le prime attività caritative. “La Roma di periferia, da cui venivano le donne di servizio che lavoravano nei nostri quartieri”, confiderà più tardi con apprezzabile sincerità.

Nel mondo studentesco si scandivano slogan: studenti e operai uniti nella lotta. “Io rispondevo che proprio il Vangelo ci aveva portato a scoprire questa Roma ignota”. Le baracche di Ponte Marconi, le case popolari di Primavalle. La Roma di Pasolini. Figli di papà che nel pomeriggio sciamano verso i quartieri malfamati a dare ripetizioni, gratuite, ai figli di immigrati meridionali. Il parroco di Primavalle alza le mani al cielo, fra il divertito e lo sconsolato: “Nella mia parrocchia li ho tutti: gli extraparlamentari di destra, gli extraparlamentari di sinistra e gli extraparlamentari di Chiesa”. Gli extraparlamentari di Chiesa sono loro, Andrea Riccardi e i suoi amici. Non poteva immaginare, quel parroco, che una trentina d’anni dopo quegli stessi ragazzi irregolari sarebbero diventati una delle comunità cattoliche più elogiate dal Papa, dai cardinali di mezzo mondo e coccolate dai media in modo quasi unanime. Non poteva immaginare che un giorno sarebbero stati insigniti del prestigioso premio Balzan per la pace, onore in passato concesso solo a personalità cattoliche del calibro di Giovanni XXIII e Madre Teresa di Calcutta. Ma torniamo alla storia. Abbiamo già accennato alle precoci tendenze autodidatte di Riccardi. Alla fine degli anni Sessanta, si iscrive a Giurisprudenza; una scelta fatta senza convinzione, forse per non dare un’altra delusione al padre, già perplesso di fronte alla vistosa svolta religiosa del figlio. Ma fra un esame di Diritto e l’altro, Andrea si dedica alla materia che, ora, lo interessa di più: la teologia. Recupera e legge i testi dei grandi teologi francesi del rinnovamento conciliare, Congar e Chenu, si appassiona anche alla teologia protestante in compagnia di Bonhoeffer e Barth.

“Dovevo guidare delle riunioni, parlare agli altri, pensare a un futuro”
, spiega come fosse la cosa più ovvia del mondo, “mi sentivo come chi ha una responsabilità e, per farvi fronte, è tenuto a essere autodidatta”. Intellettuale ma anche organizzatore. Il gruppo si allarga, ha bisogno di una sede. Riccardi viene a sapere che a Trastevere c’è un antico convento abbandonato. Lui e i suoi amici lo occupano. È il febbraio 1973. Cinque anni dopo lo ottengono in locazione. Lo Stato in seguito provvederà pure a restaurarglielo. La chiesetta annessa è dedicata a Sant’Egidio, eremita nato ad Atene nel VI secolo da nobile famiglia. Ecco spiegata l’origine del nome, comunità di Sant’Egidio. Resta da spiegare, invece, perché Andrea Riccardi e la sua creatura siano diventati così importanti nella Chiesa universale. Questione di incontri. I due primi grandi promotori della comunità sono stati due ecclesiastici di non poco conto. Il primo fu il cardinale Carlo Maria Martini. Li conobbe per caso nei primi anni 70, quando era solo un eminente studioso dei testi sacri all’Istituto Biblicum di Roma. Aveva il problema intellettuale di come coniugare preghiera e impegno sociale, spiritualità e azione. Non amava infatti né le forme estreme, politiche, della teologia della liberazione, né le evasioni intimistiche o addirittura miracolistiche dei gruppi carismatici. In quei ragazzi che meditavano la Bibbia e assistevano i poveri vide la soluzione pratica del suo problema. Andrea e i suoi amici gli diedero da assistere (nei ritagli di tempo) un vecchio solo e malandato che abitava nel rione di Trastevere. Per Martini, studioso gesuita abituato a frequentare solo asettiche biblioteche, fu una esperienza indimenticabile. L’altro grande padrino ecclesiastico fu un vescovo in apparenza agli antipodi di Martini: si chiamava Karol Wojtyla e nel 1978 divenne vescovo di Roma. Due mesi dopo l’elezione pontificia, Giovanni Paolo II visitò la sua prima parrocchia romana, alla Garbatella, dove i discepoli di Riccardi gestivano un asilo nido per famiglie bisognose. Quando la macchina del Papa passò lì davanti, i santegidini lo acclamarono e lui incuriosito volle fermarsi e vedere. Pochi mesi dopo Riccardi e don Vincenzo Paglia, il primo prete a coinvolgersi nella comunità (oggi è vescovo di Terni), erano di casa in Vaticano. Non solo udienze ufficiali, ma tanti pranzi, conversazioni informali, un rapporto che non si è mai interrotto. Wojtyla e Martini. La stampa laica in quegli anni li contrappone, Papa e antipapa, destra e sinistra cattolica. Riccardi non prende posizione, ovviamente. E beneficia dell’amicizia di entrambi.

Con simili sponsor il piccolo nucleo di Sant’Egidio si diffonde anche all’estero: fino a vantare, oggi, 50 mila aderenti sparsi in 70 nazioni. S’allarga anche l’area degli interventi: l’impegno diplomatico, con la firma degli accordi di pace fra guerriglia e governo del Mozambico nel 1992, ma anche il dialogo interreligioso. Il Papa affida loro in custodia lo “spirito di Assisi”. Iniziano a organizzare ogni anno, a partire dal 1987, incontri di dialogo fra esponenti di tutte le religioni. Lo scontro di civiltà è lo spettro da evitare. Riccardi intanto si è lasciato alle spalle gli studi di Diritto e la laurea in Giurisprudenza. È diventato un affermato storico, grazie anche all’amicizia con Pietro Scoppola, cattolico poco wojtyliano, in realtà, che lo avvia alla carriera universitaria. Andrea non si sposa, è celibe, resta il capo carismatico e indiscusso della comunità di Sant’Egidio, diventata ormai un fenomeno internazionale. Tanto che un autorevole comitato la candida (per ora senza successo) al premio Nobel per la pace, mentre un coro di lodi accompagna ogni suo passo. “Wonderful people”, commenta l’ex segretario di Stato americano Magdalene Albright che sente la necessità, a Roma, di rendere omaggio all’“Onu di Trastevere”. Anche l’ex segretario di Stato Colin Powell lo scorso mese riempì di complimenti Riccardi, in occasione dell’ennesimo premio conferitogli, stavolta dalla Georgetown University. Eppure il fondatore della comunità di Sant’Egidio, nel suo ultimo libro, “La pace preventiva”, contesta a tutto campo le dottrine militari della Casa Bianca e l’intervento in Iraq. Hanno sempre goduto di buona stampa ma non è più raro, da un po’ di tempo, leggere sui giornali anche critiche a Riccardi e ai suoi amici. L’Espresso, qualche anno fa, ha pubblicato una velenosa inchiesta sulla comunità, dipinta quasi come una setta. Cristianisti e “teo-con” nostrani vedono nell’ecumenismo dei santegidini un cedimento inammissibile nei confronti dell’islam.

Per Libero e la Padania, dire santegidini o amici degli islamici invasori fa tutt’uno.
“Dialoghisti” a oltranza e troppo ingenui anche per il loro vecchio amico Francesco Cossiga. All’estero dicono che Sant’Egidio sia una specie di braccio diplomatico del Vaticano per le questioni scottanti (il che forse spiega il fatto che il mondo nordeuropeo non ha dato il Nobel alla comunità, troppo cattolica). I francesi, guardando con la loro famosa lente “laica”, non si spiegano come facciano a essere così cattolici e così presenti sul terreno internazionale. Eppure Riccardi è molto tradotto in francese. Forse a Sant’Egidio non dispiacerebbe essere il braccio diplomatico della Santa Sede, ma nessuno dai Sacri palazzi glielo ha chiesto. In Vaticano non tutti li amano. Soprattutto gli uomini della segreteria di Stato hanno mal sopportato, a volte, il protagonismo della “diplomazia parallela”. La tentata mediazione in Algeria, con le aperture premature agli integralisti del Fis, da successo iniziale si ritorse in fallimento e mandò su tutte le furie il vescovo cattolico di Algeri, monsignor Henri Tessier. Incidenti che non hanno però incrinato la fiducia del Papa e del suo influentissimo segretario, monsignor Stanislao Dziwisz. Maligni e avversari dicono che Riccardi e i suoi amici stiano già pensando al futuro, al successore di Giovanni Paolo II. E che lo avrebbero trovato nel cardinale Tettamanzi, che ha ospitato e benedetto a Milano l’ultima edizione dell’incontro “Uomini e religioni”. Illazioni non dimostrabili. E poi, alzi la mano chi nell’arcipelago cattolico non sta “già pensando” al dopo-Wojtyla.
 

Nasce a Roma nel 1950 in una famiglia della borghesia laica. Presto deluso dalle ideologie, scopre il cristianesimo. Nel 1968 dà vita a una comunità di base che si dedica al volontariato fra i poveri e nel 1973 si insedia a Trastevere, vicino alla chiesa di Sant’Egidio. Laureato in Giurisprudenza, studioso di teologia, oltre a guidare la comunità insegna Storia contemporanea all’università Roma Tre. Tra i suoi libri: “Dio non ha paura” (2003) e “La pace preventiva” (2004). Sant’Egidio ha ricevuto quest’anno il
premio Balzan per la pace.

Lucio Brunelli è nato a Roma, dove vive e lavora come vaticanista del Tg2 della Rai.

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