Musòcch e dintorni

Cosa insegnano i morti alla città, tra saluti romani e Famedio. Sala e Delpini, due fatti per intendersi

Musòcch e dintorni

LaPresse/Claudio Furlan

Musòcch, inteso il Cimitero Maggiore, è un luogo caro ai milanesi non soltanto in questi giorni. Forse perché quando lo costruirono, fuori città dove prima c’era il Bosco della Merlata, rifugio di briganti, subito ci misero una tranvia e sembrò il segnale che pure in quella parte di borghi e campagna stesse finalmente per arrivare la modernità. In verità la tranvia fu realizzata appositamente per trasportare le salme dagli altri cimiteri intraurbani che venivano nel frattempo smantellati (erano gli anni 80 dell’Ottocento) e per facilitare l’ultimo viaggio ai cortei dei funerali, costretti alla novità della triste gita fuoriporta. Ma siccome i milanesi sono gente con un bel senso dell’ironia (“L’è il di’ di Mort, alègher”), il tram lo battezzarono subito “La Gioconda” e così rimase fin quando viaggiò, nel 1925. Aneddoti meneghini a parte, Musocco tutti gli anni è un termometro per misurare un’appartenenza urbana, sociale. E spesso le sue contraddizioni. Milano non s’è fatta mancare, anche quest’anno, la polemicuzza per i saluti romani degli (ormai pochi) reduci e di qualche drappello della nuova destra che inevitabilmente sono spuntati al cielo dopo la cerimonia al Campo X: la zona del Cimitero Maggiore dove sono sepolti alcuni morti della Repubblica di Salò. L’Anpi e l’Osservatorio sulle nuove destre avevano lanciato il consueto allarme democratico, le Forze dell’ordine erano lì, in allerta, e hanno denunciato una trentina di salutatori. La possibilità di trovare una memoria condivisa è di là da venire. Anche per l’atteggiamento della giunta comunale, con il sindaco Beppe Sala che a differenza dei suoi predecessori ha ribadito il suo no alla deposizione di una corona di fiori del comune al Campo X. E giorni fa ha chiesto alla prefettura adeguata sorveglianza “affinché non ci siano segni, bandiere e apologia di qualcosa di terribile come il fascismo”.

  

Meglio va, a Milano, quando ricorda i suoi milanesi illustri. In questo caso riesce ad emergere quell’anima ecumenica che è l’essenza della celebre società civile. La tradizionale cerimonia di iscrizione al Famedio del Monumentale ha sempre qualcosa della festa, oltre che del lutto. Quest’anno la rappresentanza delle diverse anime milanesi era particolarmente significativa: al Famedio sono stati iscritti tra gli altri l’ex arcivescovo Dionigi Tettamanzi e il fondatore di Esselunga Bernardo Caprotti, l’icona della canzone popolare Nanni Svampa e l’ex presidente della Triennale Claudio De Albertis, il televisivo Paolo Limiti ed Enzo Bettiza, che a Milano fondò il Giornale assieme a Montanelli. In tutto quattordici new entry, undici a tre per gli uomini.

  

Lentezza e rumore. Le celebrazioni offrono il destro per una piccola nota sull’evoluzione stile comunicativo delle nostre autorità. Beppe Sala, il sindaco-manager del fare e dell’Expo, è stato recente protagonista di una polemica politico-giornalistica per aver elogiato la lentezza come stile di vita e di sviluppo: “Il mio pensiero politico è trovare le forme per riumanizzare la città, che non deve solo correre per 24 ore di fila. Per me gli esercizi aperti giorno e notte sono un errore. L’idea di rallentare credo piaccia a tutti”. Qualcuno non l’ha preso sul serio (è pur sempre un manager), qualcuno anche troppo, come Alesina & Giavazzi che gli hanno dato in pratica di declinista felice. Il neo arcivescovo Mario Delpini, al suo debutto per la celebrazione dei defunti, ha fatto invece l’elogio del silenzio: “Dalla città più che un cantico di esultanza si ascolta il rumore. Il rumore fastidioso del traffico, lo stridio degli attriti, il ronzio degli apparecchi per rendere confortevole la vita, il baccano delle macchine che scavano e percuotono la terra. La città moderna non può produrre il cantico di esultanza, produce piuttosto dissonanze e disturbo, produce rumore. O città, mia città, città del rumore!”. Non c’è che dire: i due dovrebbero intendersi a meraviglia.

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