Ripartizioni

I richiedenti asilo da distribuire nei comuni saranno molti: problema non piccolo. Sala & San Siro

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Foto LaPresse

La notizia di giornata a Milano, la mattina che nel frattempo a Roma spazzano con gli idranti da Piazza Indipendenza i richiedenti asilo precedentemente sgombrati da una palazzina occupata ma senza in beneficio di alternative, è che il problema anche qui è dove metterli, profughi e migranti richiedenti asilo. E che il protocollo firmato in prefettura qualche mese fa con i comuni sulle quote di ridistribuzione vacilla, o per così dire è sopravanzato dai fatti. Trattasi del cosiddetto “modello Milano”, voluto e garantito dal ministro dell’Interno Minniti, anche se non tutti i sindaci della Città metropolitana lombarda lo avevano firmato (quelli del centrodestra, in pratica). C’è una comunicazione della prefettura ai comuni, datata 21 agosto, che trasmette “per opportuna notizia il prospetto dei posti che verranno considerati da questa Prefettura”. In vista della “procedura negoziata volta all’affidamento in convenzione dei servizi di accoglienza a favore dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale per il periodo dal 1° ottobre al 31 dicembre 2017”. Il tutto “per un numero di posti pari a complessivi 1.661”. Il che fuori dal linguaggio burocratico significa da una parte l’arrivo imminente di un contingente notevole di persone da sistemare per un periodo medio lungo, e soprattutto maggiore rispetto ai numeri finora ventilati. Dall’altra parte l’aspetto destinato a generare inevitabili polemiche politiche è che, rispetto alla quota di ripartizione teorica fissata dal Viminale per la ripartizione nei comuni dei richiedenti asilo da ospitare, si procederà con una “flat tax”, diciamo così, del 50 per cento per ogni comune. Compresi quelli a guida centrodestra che, in base alla volontarietà dell’adesione al protocollo, nessun accordo avevano sottoscritto. Si vedrà ovviamente come sarà gestita nel concreto la situazione, ma appare evidente che da parte del governo e della prefettura si sta passando a uno stile più decisionista e meno dialogante con le amministrazioni locali. E non è detto che sia un male.

 

Un’altra notizia di questi giorni, seppure agganciata a dati più indietro nel tempo, riguarda invece il valore economico assunto dalle rimesse degli immigrati che vivono e lavorano (regolarmente) in Lombardia. I numeri sono frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano su dati registro delle imprese, Istat e World Bank 2016 e 2015 e dati Banca d’Italia. Secondo lo studio, le rimesse italiane nel 2016 sono arrivate a quota 1,2 miliardi di euro, con un più 11 milioni e un punto percentuale di crescita. E questo dopo un periodo in cui la crisi generale aveva colpito anche questo indicatore trasversale dell’andamento economico. Nel totale, le rimesse che arrivano dalla Lombardia pesano per il 23 per cento del totale, Milano è la seconda città italiana dopo Roma. Ma il trend in crescita riguarda tutta la regione: Brescia, Bergamo, e soprattutto Monza e Brianza e Lodi, Lecco. Le rimesse lombarde vanno soprattutto in Senegal, in Pakistan, in Romania, in India. In calo le rimesse cinesi. E crescono le attività economiche con titolari stranieri in tutta Lombardia: sono quasi 98 mila a inizio 2017, in crescita del 4,2 per cento in un anno.

 

La notizia “politica” di ieri per i milanesi è però senz’altro la lunga intervista che il sindaco Beppe Sala ha concesso alla Gazzetta dello Sport. Per parlare (molto) del suo palpitante cuore nerazzurro (ha anche raccontato di partecipare a un rutilante a gruppo whatsapp di selezionatissimi tifosi). Ma soprattutto per rilanciare con forza (l’idea è di mettere attorno a un tavolo al più presto i due club milanesi) il progetto di fare di San Siro la casa comune di Inter e Milan. Con un grande progetto di re-styling e gestione che, dice il sindaco, in questo caso senza fare il tifoso, potrebbe funzionare anche meglio del sempre magnificato modello “stadio di proprietà”.

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