Dittico incendiario nell'arte milanese

Un Congdon donato al Museo del 900 e gli Angeli dello sterminio di Testori a teatro

Dittico incendiario

Museo del '900 (foto LaPresse/Stefano De Grandis)

Donare un’opera d’arte a un museo non è una cosa facile come sembra, e per fortuna, altrimenti si rischierebbe di finire nel Catalogo di Babele o dalle parti della “Biblioteca nazionale dell’inedito” di franceschiniana memoria: un hangar dove tutti i crostaroli mai esposti vorrebbero depositare la propria opera d’ingegno. Ma non è così. C’è chi valuta, sceglie con attenzione, soppesa la congruenza tra il dono e la mission dell’istituzione. Così si costruiscono i patrimoni dei buoni musei. E’ quindi una bella notizia che, ieri, il Museo del Novecento – istituzione del Comune di Milano, che giustamente possiede un occhio milanese e sensibile sul Novecento – abbia ricevuto, dopo iter di selezione del Comitato scientifico del museo, un’opera di William Congdon, donata dalla Fondazione Congdon. Bella notizia, per prima cosa, perché è un’opera “su” Milano. Milano 0 (olio e fuliggine su faesite) è un quadro (non l’unico) che Congdon dedicò nel 1968 alla città in cui per due anni aveva vissuto, che non aveva mai amato e che stava per lasciare. Milano 0 è una visione sulfurea, incendiata della città del grande artista statunitense, in procinto di uscire dai radar dei circuiti dell’arte. Nel cielo buio si vedono tre simboli milanesi: il Duomo, la torre Velasca e il grattacielo Pirelli. Graffiati, incisi a spatola nella materia caliginosa.

     

Sotto, macchie di colori, abbozzi di figure umane, la scritta “morte” come in un graffito di street art. Un ritratto spettrale, violento, di una metropoli cupa. Nato dalle sensibilità spirituale e inquieta di un artista che da tempo aveva detto addio alla New York dell’Action Painting e di artisti come Jackson Pollock o Mark Rothko, con cui aveva cominciato. Dagli anni 50 la sua ricerca spirituale lo aveva portato a girovagare, soprattutto in Italia. A Venezia era diventato amico di Peggy Guggenheim, che delle sue opere sulla città ebbe a scrivere: “William Congdon è l’unico pittore, dopo Turner, che ha capito Venezia”. La sua notorietà cresce, assieme alla sua ricerca interiore. Nel 1959 si fa battezzare, cattolico, ad Assisi. Viaggia, dipinge, via dal pazzo mercato. Finché alla fine degli anni 70 trova il suo luogo, il suo ubi consistam, e lo ritrova proprio alle porte di Milano. Lo trova in un piccolo monastero benedettino nascosto nel paesaggio pacificato e silenzioso della Bassa, alla Cascinazza di Buccinasco. Ci vivrà a lungo, nei ritmi monacali e delle stagioni, continuando a dipingere e come assorbendo i colori e la terra di quel paesaggio lombardo. A Buccinasco, ora, ha sede la William Congdon Foundation, voluta nel 1980 dal pittore stesso “per promuovere i progresso professionale ed educativo di persone interessate alle arti”. Tra le altre attività, la Fondazione che ha donato l’opera al museo milanese ha oggi la responsabilità gestionale delle opere di Congdon, molte delle quali sono presenti nei maggiori musei d’arte contemporanea di tutto il mondo. Fra gli intenti del lavoro di valorizzazione c’è anche quello di farlo (ri)scoprire a Milano, la città in cui l’artista morì nel 1998, anche in vista dei vent’anni dalla scomparsa. Per il Museo del Novecento Milano 0 è il primo Congdon. Speriamo che trovi la sua giusta collocazione.

    

Un altro incendio di Milano, profetico, apocalittico, torna in scena in questi giorni al “Teatro i” di via Gaudenzio Ferrari. O meglio debutta in scena, poiché Gli Angeli dello sterminio è un “romanzo teatrato” che Giovanni Testori scrisse nel 1992, in ospedale, poco prima di morire. Il 1992 fu un anno di sconvoglimenti politici, giudiziari e sociali per Milano. Ma la fine di un mondo, la grande crisi morale distruttiva, l’esplodere della violenza, erano iniziate molto prima. Prima dell’anno e della notte in cui, da una finestra borghese, una dama con una flute di Champagne in mano osserva disincantata gli incendi, il fumo di pece, i luoghi simbolo della città devastati e abbandonati come al culmine di una postmoderna peste manzoniana. E a scorrazzare per la città ci sono gli Angeli dello sterminio, con le tute nere e il casco integrale, su moto di grossa cilindrata, a seminare il terrore. Il romanzo-testamento di Testori, con le sue venature di pessimismo cosmico e di fede, illuminava, e illumina oggi, l’altra faccia di una Milano (di un occidente) meno sbarluccicante e soddisfatta di come la raccontiamo, percepiamo. Con le sue inquietudini, le sue crepe sotterranee. A trasformare il romanzo in testo per il teatro è stata la drammaturgia di Francesca Garolla e Renzo Martinelli, che dello spettacolo è anche regista. In scena fino al 29 maggio.

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