Memoria milanese

Alberto Vigevani e “L’invenzione”, storia di una riscoperta letteraria eccellente nella “capitale dei libri”

Memoria milanese

Un'immagine della stazione Centrale di Milano negli anni '30

“Non so da quale facciata sporga, se c’è ancora, il balcone dalla balaustrata di falsa pomice coi vani riempiti di girasoli in ferro battuto”. Se l’incipit basta a misurare il tono e lo stile di un romanzo, la qualità di una scrittura, bisogna chiedersi perché per quasi mezzo secolo l’editoria italiana si sia pressoché dimenticata di questo gioiello milanese, che parla la lingua cesellata, precisa nello sguardo e nell’introspezione, della letteratura europea quando è letteratura. “L’invenzione” che Sellerio – editore palermitano, che ha però in catalogo anche altri libri di Alberto Vigevani – ha appena ripubblicato, è un libro del 1970. Un racconto d’adolescenza scritto quando l’autore aveva passato già i cinquant’anni. E’ una storia di amicizia e memoria, nella Milano borghese degli anni Trenta appena increspata dal sospetto, non detto, non avvertito, delle incipienti leggi razziali (“Poiché prima ho parlato di nasi semitici, c’è una circostanza da chiarire. L’anno che Leonardo giunse a Milano, Hitler andò al potere, e anche questo conta, nella prospettiva”). La Milano fotografata nella sua intimità quotidiana dei quartieri recenti nella zona orientale, tra Via Archimede e via Piolti de’ Bianchi, oggi ambito “secondo cerchio”, con la sua “mite mediocrità” e il suo “ordito di fierezza”, dove i “carri piatti, dalle ruote gommate e i cavalli normanni” ancora scaricavano le cassette del mercato.

 

La cultura italiana non si è proprio dimenticata, solo un po’, di un uomo e di un intellettuale come Alberto Vigevani. Almeno tra gli addetti ai lavori. Per il pubblico medio-grande che frequenta libri e librerie è però un nome come un altro, sullo scaffale. Ora che Milano sta per ospitare il suo gran salone del libro, il Tempo di Libri che vorrebbe essere la vetrina della capitale editoriale d’Italia, (ri)scoprire “L’invenzione” è un occasione per riscoprire anche il suo autore. E il suo ruolo tutt’altro che marginale.

 

Alberto Vigevani è stato anzi un personaggio di spicco nella cultura letteraria ed editoriale italiana del Novecento (è morto nel 1999). Al pari dei nomi che solitamente ricorrono, o finiscono nelle antologie. Amico giovanile di Ernesto Treccani e Alberto Mondadori, fondatore nel 1938 con Luciano Anceschi e Vittorio Sereni della rivista Corrente, dovette riparare in Svizzera, lui figlio di una famiglia ebraica. A Lugano però non stette fermo, si mise a dirigere le pagine letterarie del quotidiano socialista Libera Stampa, scegliendo collaboratori come Gianfranco Contini. Curatore raffinato di classici, a Milano aveva fondato nel 1941 la libreria antiquaria Il Polifilo, che dalla fine anni degli Cinquanta sarà anche casa editrice e che ancora è un tempio prezioso per i bibliofili milanesi. Ha scritto per le pagine culturali dei maggiori quotidiani italiani, ha lasciato traccia di sé, della sua visione del mondo, del suo amore per la cultura e l’impegno civile in una ricca produzione memorialistica. La cifra alta di una generazione europea che ha attraversato il Secolo breve.

 

Il romanzo, in prima persona e con un tratto nobilmente malinconico, è la storia di una amicizia tra due ragazzi ebrei. Uno è concreto e malato, l’altro vigoroso e sognatore. Un’amicizia quasi controvoglia, l’odore un po’ stantio delle case borghesi, le scale musicali ascoltate dalle finestre aperte. L’invenzione del titolo è l’invenzione di una ragazza perfetta e immaginaria, Belle, da parte del personaggio che racconta, per far colpo su quell’amico intelligente e critico, su cui è difficile far colpo. Ma Belle diventa, a poco a poco, una realtà per tutti e due, il termine ultimo di un desiderio, di un’ambizione di felicità e cose grandi. E anzi di più per Leonardo, l’amico fragile. Prima che un’estate a Varazze e la malattia tolgano alle cose la loro luce incantata, o solo percepita, e ridiano il senso compiuto, il senso senza scampo del reale: “Non avevo più voglia di sorridere, adesso. Sentivo, nelle parole che si adattavano con tanta facilità ad un rassicurante futuro, l’accento fatuo di quelle che si pronunciano al letto d’un malato grave”. La dimensione politica, razziale, è un sottofondo che appena sfiora la superficie lucida della memoria. Come accade in altri capolavori letterari novecenteschi, da Appelfeld a Uhlman, a cui, e non per caso, “L’Invenzione” di Vigevani è stato accostato.

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