Cosa può insegnare l’architettura di Sant’Ildefonso a chi ci andrà per Fabiano Antoniani

Molti hanno storto il naso all’annuncio della funzione religiosa. Molti ne hanno approfittato per riaccendere la polemica sul negato funerale di Welby. Curia e parroco precisano che non si tratta di un funerale. Che c'entra il luogo?

Maurizio Crippa

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Cosa può insegnare l’architettura di Sant’Ildefonso a chi ci andrà per Fabiano Antoniani

La chiesa di Sant’Ildefonso (foto Wikimedia)

La storia della chiesa di Sant’Ildefonso (per molti milanesi è la “chiesa di Damiano Chiesa”, confondendo l’irredentista trentino con il cardinale Schuster, al cui nome è dedicata), avrebbe qualcosa da insegnare alle persone che questa sera, ore 21, vi si raduneranno per il momento comunitario di preghiera voluto dalla madre di Fabiano Antoniani, il giovane dj che il 27 febbraio si è sottoposto in Svizzera alla procedura del suicidio assistito. E non solo perché è la parrocchia, dietro la Fiera Campionaria, dove era stato battezzato e il cui oratorio ha frequentato da bambino. Molti, soprattutto cattolici, hanno storto il naso all’annuncio della funzione religiosa – e al fatto che il parroco don Antonio Suighi, dopo aver chiesto un parere alla curia, abbia accettato. Molti, non solo cattolici, a partire da Marco Cappato, che ha aiutato e pubblicizzato per campagna politica pro-eutanasica l’ultimo viaggio di Antoniani, hanno approfittato della veglia di preghiera per riaccendere – in una direzione o nell’altra – la polemica relativa al negato funerale religioso di Piergiorgio Welby, nel 2006. Curia e parroco hanno precisato che non si tratta di un funerale postumo e neppure di una messa di suffragio. Solo un momento di preghiera e di riflessione.

 
Che c’entra dunque il luogo? La chiesa di Sant’Ildefonso, con la sua facciata di mattoni e cemento semi-esagonale che si affaccia sul traffico di una rotatoria che non è mai riuscita a diventare una piazza, è una delle chiese contemporanee più belle, e meno conosciute, di Milano. La progettò (e fu costruita in brevissimo tempo, tra il 1955 e il 1956) Carlo De Carli, milanese, uno dei principali architetti italiani del Dopoguerra, allievo e poi collaboratore di Giò Ponti, il genius loci dell’architettura e del design milanesi nell’epoca della rinascita e della trasformazione della metropoli. Fu inaugurata dall’arcivescovo Giovanni Battista Montini, appena arrivato, e fa idealmente parte – anche se costruita in precedenza – del suo grande piano per la costruzione di nuove chiese per i quartieri che vorticosamente crescevano. E che Montini volle affidare a famosi architetti contemporanei e volle battezzare “Ventidue chiese per ventidue concili”, perché, in anni di Vaticano II, il concetto dell’apertura al mondo, del dialogo con le altre culture e dell’ecumenismo fosse ben chiaro.

 
La chiesa di De Carli è un gioiello innovativo che fa intuitivamente sua questa visione, anticipatrice di molti edifici di culto successivi. Ha una pianta “stellare”, dominata al centro da una sorprendente torre interna esagonale – elaborazione del tradizionale ciborio – che è il cuore visivo e logico del luogo, attorno a cui i fedeli si dispongono come in assemblea. La pianta centrale crea uno spazio dove ci si sente partecipi e non spettatori, e trasmettere fisicamente il significato di una comunità che si riunisce in un luogo semplice ma sottilmente spirituale (luci, vetrate, altezza sono fatte apposta) che invita a pregare, a riflettere, persino a parlare. In cui si troverebbe bene anche un laico. Il dibattito mediatico sul momento di preghiera per Fabiano Antoniani si è trasformato presto in un referendum ideologico-clericale sulle “svolte” introdotte da Papa Francesco in materie bioetiche e misericordiose. La chiesa di Sant’Ildefonso racconta che è una storia iniziata molto prima.

 

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