Il divano di Laura

Storia e libri di Laura Tangorra, diventata scrittrice per la Sla. E di come si può vivere così

Maurizio Crippa

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Il divano di Laura

Foto di AJ Batac via Flickr

Una storia che vale la pena raccontare è quella di Laura. Anche se per trovarla bisogna uscire un poco dalla città, andare su a nord, dove il sistema metropolitano e denso che tanto piace a Chicco Testa trova il suo confine nel respiro nel Parco di Monza. Laura Tangorra è nata a Milano, ma è di Monza. Anche il rubrichista, incidentalmente, è cresciuto a Monza, e lì conserva con cura colpevolmente distratta alcuni amici cari. Ma non è solo per questo che conosce la storia di Laura. Si potrebbe conoscere la storia di Laura Tangorra anche senza esserci mai stati, a Monza. In una dozzina di anni ha scritto alcuni libri: autobiografici, romanzi, racconti per bambini (“Rumore di mamma”, “Gelato a mezzanotte”, “Melissa e le sue mutande”). Senza essere una scrittrice professionista (si era laureata in Scienze biologiche, aveva lavorato in una ditta farmaceutica e per un po’ anche insegnato), ha venduto oltre 250 mila copie. Un piccolo caso editoriale, come si dice. Soprattutto il caso di una bella storia personale, e familiare. Drammatica, faticosa. “Sei felice?”, le hanno chiesto qualche anno fa in un’intervista. “No, non sono felice. Non è questa la vita che avevo sognato per me, per i miei figli, per la mia famiglia. Ma è la mia vita, l’unica che ho, e cerco di viverla con serenità. Per ora ci sono riuscita”.

Il suo primo libro lo scrisse nel 2003, lo pubblicò Mondadori, come la maggior parte di quelli successivi. Si intitola “Solo una parentesi” e racconta il suo incontro con la sclerosi laterale amiotrofica. Con il fatto non così scontato di poter accarezzare i propri figli, alzarsi da una sedia, bere un bicchiere d’acqua senza paura di soffocare. Racconta il fatto di poterla vivere, una vita così, una vita con una malattia di quelle che fanno paura, e a buon motivo. Quando si è ammalata di Sla e ha perso l’uso della parola – ora nel suo ultimo libro racconta di quando litiga con Franco, suo marito: lui col suo vocione da gigante buono e lei che è un muto ticchettio sulla tastiera – ha deciso che doveva comunicare, più di prima. Raccontare la sua esperienza, ma più ancora quello che si vede e capisce della vita stando inchiodati su un divano blu, eppure i pensieri e la fantasia sono più liberi di prima. Sono venuti altri libri, altre storie. Con dolore amore e ironia. Da molto tempo non c’è più soltanto il giro degli amici a leggere le sue parole, le sue storie.


Io, devo dire, Laura non l’ho conosciuta mai. Conosco alcuni suoi libri. E’ la moglie di Franco, che è appunto uno di quegli amici che capita di ritrovare molti anni dopo, quando le vite hanno fatto gran parte del proprio corso, e la vita di Franco e Laura è stata segnata da una cosa così. “A me ne è capitata una grossa”, mi ha detto una volta, raccontandosi in due minuti, come se stesse dicendo un’ovvietà. Come se fosse ovvio quello che Laura adesso racconta di loro, di lui, nel suo piccolo nuovo libro appena uscito, che si intitola “Sul mio divano blu” (lo pubblica Edizioni Messaggero di Padova, costa 11 euro), il divano che è il suo punto di vista sul mondo. Dice: “Si è caricato addosso una malattia, la mia, dalla quale tutti vorrebbero scappare. Ma lui no, non è scappato. L’ha trasformata nella nostra malattia. Perché lui non dice ti do da mangiare: dice mangiamo. Non chiede vuoi andare a dormire? Lui chiede: andiamo?”. Quando si è ammalata, aspettavano il terzo figlio. Contro il parere dei medici, l’hanno voluto. Adesso sono già nonni.


La storia di Laura e Franco, come la racconta Laura nei suoi libri, come la racconta Franco che non è di tante parole, è anche la storia di un bel matrimonio (si sono sposati in chiesa), di una lunga fedeltà e di una bella famiglia, se bello si può dire, ma pare di sì, anche della sofferenza. E’ anche la storia di come si può convivere con una malattia che, clinicamente ed esistenzialmente, non lascia speranza (“io non so perché questa malattia finisce sui giornali solo se si parla di eutanasia”, ha detto una volta Franco). Ed è anche la storia di come si possa affrontare – anche “tecnicamente” – la quotidianità con una malattia che “fa senso, fa schifo, spaventa, ma appunto ‘fa senso’”, partendo dalla casa, dalla famiglia. Dai ritmi complicati ma consueti di tutti i giorni. E allargare poi questa condivisione ai familiari, agli amici, agli amici degli amici. E a un progetto di cooperazione e di assistenza, che oggi a Monza si chiama Progetto SLAncio – un progetto della Cooperativa La Meridiana – che si occupa di malati di Sla, di pazienti in stato vegetativo e terminali, e ha aperto un paio d’anni fa un reparto hospice. “Non so se la Sla aveva previsto tutto questo”, scrive Laura. Che dice anche: “E piano piano, un giorno dopo l’altro, ho cominciato a guardare questa seconda vita con più affetto”.

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