It’s Svampa, stupid!

Se l’Economist omaggia le canzoni di Nanni e di Jannacci e scopre che Milano ha cambiato lingua

Paolo Jannacci

Paolo Jannacci (foto LaPresse)

“La gioventù la passa, la mamma muore / te restet come un pirla col primo amore”. Che le vecchie amare, sardoniche o commoventi canzoni della “mala” abbiano tuttora un pubblico di cultori – tra il carbonaro e il papirologico – non è una novità, e ci sono pure giovani, sparuti, rapper metropolitani che s’azzardano a rimare in dialetto meneghino. Ma che a trovare “poignant” una canzone come “Porta Romana bella”, retaggio della malavita di fine Ottocento, sia l’Economist, è qualcosa che somiglia parecchio a una notizia. Pubblicato qualche giorno fa su Prospero, il blog online dedicato all’arte e alla cultura del settimanale del globalismo britannico, un articolo che si intitola “Il dialetto amato ma in via d’estinzione di Milano” si fa notare. Anche perché aiuta i milanesi a capire qualcosa di se stessi, oggi, e soprattutto qual è l’attuale percezione della città nel mondo. Un anno fa è la città che “ha messo in vetrina un’immagine elegante e sicura di sé” con un evento di scala mondiale. E la cosa non ha mancato di stupire chi, all’estero, ancora aveva nella memoria la città “elettrificante”, ma sporca opaca e piuttosto criminogena di qualche decennio fa. Mission accomplished, verrebbe da dire. Alla buon’ora.

Ma Prospero parla di musica, e di lingua. Così la cosa interessante è l’attenzione posta sul fatto che, pochi decenni fa, Milano era una città differente anche dal punto di vista linguistico. Grazie anche al lavoro di alcuni “folk singers” che avevano ripreso la tradizione popolare “in milanes” (in corsivo nel testo) ma sapendola traghettare nel contesto di una metropoli che si stava tumultuosamente trasformando. Parla soprattutto di Nanni Svampa ed Enzo Jannacci, Prospero, e dei Gufi e del Derby, ovviamente. Annota che questa tradizione è “tutt’altro che morta”, ma che soprattutto aiuta a disegnare una transizione ancora in corso verso la città moderna. Nel gran lavoro di menestrello-filologo di Svampa il blog dell’Economist rintraccia innanzitutto il cinismo amaro tipico del genere popolaresco, ma che diviene una lingua più elegante quando giocando con le parole della modernità le sue canzoni diventano lo sberleffo degli stili di vita dei milanesi del Dopoguerra e del Boom. “Affascinanti documenti storici di una città in cambiamento” anche sotto il profilo linguistico, un “vocabolario misto” che porta con sé la memoria di un’Italia rimasta giustapposizione di stati (o nazioni) fino a cento anni prima. E’ molto affascinato, Prospero, dall’uso della negazione “minga” al posto del “non” del “regular italian”.

Di tutta questa lingua autoctona, di un dialetto ricco e “nasale”, ancora viva pochi decenni fa, al di fuori dei circoli filologici e delle vecchie canzoni, a Milano non resta quasi più niente. Oggi sono completamente fuori corso parole come “navasc” (fiasco) – una delle canzoni simbolo di Svampa è “L’osteria” – ma soprattutto soltanto il 2 per cento degli abitanti della città è in grado di parlare in dialetto, al di là di poche frasi standardizzate. Il che fa una bella differenza con regioni come la Sicilia, dove ancora oggi ci sono 4 milioni e 700 mila persone che usano correntemente il siciliano. La causa non è nemmeno da indicare: Milano e la sua area metropolitana sono i luoghi d’Italia in cui è stata maggiore l’immigrazione – e va riconosciuto anche l’integrazione – dal numero maggiore di regioni, e non soltanto del sud (Veneto, Friuli). Tutto questo adesso è soltanto storia, in una metropoli che è divenuta la più multiculturale del paese e in cui il “basic italian” generato dal suo meltin’ pot è divenuto moneta corrente e accettata.

Ma letto in controluce, l’articolo-omaggio del giornale britannico al lavoro di artisti come Nanni Svampa e Jannacci di un buco identitario rimasto aperto, e difficilmente colmabile come una buca nell’asfalto. E’ la transizione dal sé al noi che la città ha compiuto, anche in termini di istituzioni culturali, scegliendo – o dovendo scegliere – di lasciarsi dietro le spalle tutto ciò che potesse apparire eccessivamente identitario per approdare alla dimensione della modernità che le è oggi propria. Non è accaduto altrove, nemmeno alla plurilinguistica Roma. Anche questo segna le differenze di oggi.

E’ iniziato ieri mattina allo Scalo Farini il workshop “Dagli Scali, la nuova città”, promosso da Fs Sistemi urbani in collaborazione con il comune e la regione (ne ha parlato la pagina GranMilano di ieri) sul piano di riqualificazione delle aree dismesse. Aperto al pubblico, la notizia è l’ottima partecipazione popolare. A parte gli operatori, gli stakeholder e i progettisti, c’erano oltre 800 persone. Nessuna eco delle polemiche promosse da un “appello” di trecento architetti che avevano voluto vedervi un surrettizio, ma inesistente, “pre-appalto” a qualche archistar. 

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