Ragazzi, Leopardi

Metti una sera al Carcano una lezione non frontale, a parlar delle stelle col prof D’Avenia.

Ragazzi, Leopardi

"Lo spavento notturno" (1819) testo autografo di Giacomo Leopardi presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (foto Carlo Raso via Flickr)

Il teatro racconto è un genere a sé, il “racconto teatro” è un passo di lato. Il teatro-scuola è una colonna dell’istituzione didattica magnifica e progressiva, mettere in teatro la scuola è operazione affascinante, rischiosa. Salire su un palcoscenico come autore di un libro e raccontarlo va molto di moda: è meno noioso di una conferenza, o di una presentazione (la lezione frontale dell’autore: la morte civile). Salire sul palcoscenico non come l’autore di un libro, non come un conferenziere, ma come un professore di scuola, cioè esattamente come se stesso, e fare per una sera il lavoro della vita quotidiana – cioè il professore di liceo, con ai due lati, a far da quinte quasi immobili ma parlanti, i propri stessi studenti adolescenti, quelli veri di tutti i giorni – è un’altra cosa.

Per il pubblico in sala (non pagante, ma ci s’è dovuti prenotare via web un posto con lesto anticipo) l’impressione è quasi straniante. Non brechtiana, questo no, ma un poco strana: c’è un professore in scena che si mette in gioco come fa ogni mattina. Però stasera la lezione non è frontale, non è chiusa, è per chiunque voglia ascoltare. Diverso dal recitativo di una presentazione libraria. Anche se l’occasione, in fondo, è un libro. Alessandro D’Avenia è un professore di lettere. E’ nato a Palermo 39 anni fa, vive a Milano e insegna al Collegio San Carlo, scuola non statale, uno dei licei più prestigiosi in città. E’ ricciolo biondo comunicativo, sarebbe perfetto anche in tv. E’ famoso, molto attivo pure su Facebook, perché ha scritto dei libri, libri che colpiscono gli adolescenti right between the eyes, ma senza essere distruttivi. Il più famoso è Bianca come il latte, rossa come il sangue, è diventato anche un film.

E’ famoso soprattutto perché, insegnamento a parte, incontra migliaia di ragazzi. E di genitori. Gli scrivono, gli risponde. Va a trovarli. Usanza non diffusa, né tra chi insegna e tra chi scrive e vende (anche) libri. Anzi non lo fa quasi nessuno. Adesso ha scritto un libro – personale, da insegnante. O da insegnante personale, com’è lui – su Giacomo Leopardi. Il poeta che a scuola insegnano del pessimismo cosmico. Per lui invece è il poeta della cosmica malinconia. Si intitola L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita (Mondadori). Per studenti, non solo per studenti. La settimana fra il 30 ottobre e il 5 novembre ha scalzato dalla classifica dei più venduti Harry Potter. Invece di parlare di un piccolo caso editoriale, bisognerebbe chiedersi perché.

Il Leopardi che D’Avenia racconta non è un problema filosofico, non è una nozione didattica, non è un monumento letterario. E’ Giacomo, un poeta. Un uomo affrontato dalla porta dell’esperienza. Dalla porta sull’esperienza della vita che è la giovinezza. E’ il poeta sorpreso nel suo stesso farsi. “Nel 1817 Leopardi non era che un diciannovenne ancora sconosciuto, in un paesino ai confini dello Stato pontificio, eppure si prese la briga di scrivere a uno degli intellettuali più famosi dell’epoca, Pietro Giordani. Gli confessò che aveva visto la primavera, doveva prendersi cura di tanta bellezza e diventare poeta. Giordani gli rispose – è un bell’insegnamento per questo nostro tempo – riconoscendo il suo talento. Ma gli raccomandò di scrivere vent’anni di prosa, prima di misurarsi con la poesia”. Leopardi non si fece fregare. Ne andava della poesia, ne andava di tutte le vite che avrebbe voluto vivere e che ha vissuto. Imparate, adulti. Ai lati, nei banchi, ci sono i suoi studenti; sullo sfondo, come sulla lavagna elettronica in classe, scorrono quadri, videate di Google. Cammina tra i banchi, una voce legge L’infinito, il Pastore errante.

Lui legge soprattutto le lettere di Giacomo. Nella grande sala del Teatro Carcano ci sono ragazzi, ci sono genitori. Quelli della sua scuola, quelli che lo conoscono. C’è un’amica-mamma che gli fa sempre la meringata (lui ringrazia). Ma ci sono anche studenti che hanno semplicemente letto i suoi libri. E adulti che forse sono lì a chiedersi che succede. Che succede ai propri figli. O a loro stessi, ripensando a “quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”. Ma non è Leopardi, soltanto. A Milano, e poi in altri teatri d’Italia in cui D’Avenia porterà la sua presentazione-non presentazione, la sua lezione-non lezione, è accaduto questo.

Che un giovane insegnante appassionato del suo lavoro e della letteratura ha posto una sfida a ciò che di solito riteniamo sia fare scuola – performance, schede didattiche, quel terrificante parlar d’altro lasciando quel che conta. E ha mostrato che insegnare è innanzitutto un prendersi a cuore con passione la vita di altri, e trasmettere non solo nozioni ma il senso e la bellezza dell’interrogarsi su di sé, sul proprio essere, sul proprio desiderio di felicità. Come fece Giacomo, in quella biblioteca paterna magnifica e cupa della casa di Recanati, fino a piegare se stesso come un doloroso, mai spezzato, punto interrogativo vivente. Che sia questo, a decretare l’attrattiva tra i giovani di questo prof scrittore? A risvegliare negli adulti la domanda su cosa sia il mestiere di educare? D’Avenia, dice di sé, ha voluto raccogliere quel desiderio che Leopardi non realizzò di “scrivere una lettera a un giovane del ventesimo secolo”. Lui ci prova con quelli del ventunesimo. Non è fare teatro, è più che fare scuola. 

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