Beppe e i migranti

Sull’immigrazione il sindaco di Milano fa il tedesco, archivia Pisapia e sprona il governo. Cifre.
Beppe e i migranti

Beppe Sala (foto LaPresse)

“Non si può parlare di immigrati quando danno fastidio e di cittadini esteri quando fa comodo… Noi guardiamo alla Germania”. L’immagine del borgomastro tornò di moda ai tempi del sindaco leghista Marco Formentini, ma ben s’addice allo stile di governo della città pragmatica e di Beppe Sala.

 

Il sindaco di Milano Beppe Sala ha colto la palla al balzo dei fatti di Gorino per precisare la sua strategia sull’immigrazione, uno dei punti caldi del governo metropolitano, che non intende trattare come “emergenza”. Intervistato dalla Stampa, ieri, ha evocato il modello tedesco, come linea generale: in Germania gli stranieri (rifugiati, immigrati) vengono accolti a maglie piuttosto larghe:  il ministro dell’Interno Thomas de Maiziere ha dichiarato che nel 2015 sono arrivati in Germania più di un milione di profughi; le domande d’asilo sono 476.649, rispetto alle 202 mila del 2014. Numeri imparagonabili con quelli italiani. Però, spiega Sala, in Germania “fanno sì che imparino la lingua e gli danno un lavoro, a cifre non alte. Dopodiché li verificano: se funzionano e vedono che hanno trasformato i diritti in doveri, li tengono, sennò se ne devono andare”.

 

Accoglienza, diritti, doveri, cittadinanza come esito di un percorso controllato e virtuoso. Ha ricordato che Milano sta facendo la sua parte: “Guardiamo i numeri: Milano attualmente ospita 3.700 migranti, proporzionalmente ne abbiamo più di chiunque altro. Se la media della percentuale di migranti in Italia è dell’8/9 per cento per numero di abitanti, a Milano siamo al 18 per cento”. Un numero alto, in linea con le capacità di gestione di una città grande, attrattiva e fino a qualche mese fa nodo di passaggio per migranti di ogni categoria. Numeri, inoltre, in linea con la politica di accoglienza – efficiente, va ricordato: centomila arrivi  – messa in atto negli scorsi anni dalla giunta di Giuliano Pisapia. Però proprio su questo punto, pur senza dirlo esplicitamente, Beppe Sala sta tracciando una  demarcazione politico-culturale rispetto al predecessore e in generale rispetto all’umanitarismo “porte aperte e occhi chiusi” che ha contraddistinto finora la gestione italiana del fenomeno. “Ma chi se ne deve andare?”, si domanda. “Tecnicamente chi non ha diritto ad avere lo status di rifugiato. Ricordiamoci che a volte il nostro iper garantismo diventa un ostacolo. Ci vogliono tre gradi di giudizio per decidere se uno deve andarsene, anche se non ha requisiti per restare. Alla fine passano due o tre anni per chiudere una pratica. E questo non va bene”.

 

In settembre Sala aveva scritto, tramite Repubblica, una lettera al governo sulla necessità di “cambiare politica sull’immigrazione”. Spiegava che “l’Italia deve uscire dall’idea di essere una piattaforma di prima accoglienza” abbandonata a se stessa. Suggeriva, sindaco della prima città italiana per economia, di dare vita a “un unico soggetto che si occupi di immigrazione e accoglienza mettendo insieme i diversi tasselli del mosaico”. Una critica a un governo che dà l’impressione di abbandonare i territori a se stessi. Ieri ha ribadito che le moltitudini in arrivo “possono diventare una risorsa se vengono messe in atto misure che facilitino la loro integrazione. Oggi i migranti vengono scaricati ai comuni ma a monte manca un piano preciso”. Amministratore di sinistra, Sala sta provando a spostare l’attenzione del governo da una prospettiva emergenziale a quella della gestione di un fenomeno di lunga durata.

 

E prova a dare esplicitamente una mano a Matteo Renzi, impegnato invece in un complicato braccio di ferro europeo per veder riconosciuti sforzi, specificità e criticità della situazione italiana. In questo senso le idee di Sala, al netto delle retoriche politiche, non sono distanti dalle idee del centrodestra non populista: la necessità di mettere al centro il problema e la gestione dei territori, finendola con la prassi occasionale da parte del Viminale (vedi il caso di Gorino) è la stessa indicata da tempo da Roberto Maroni e da Stefano Parisi. Non è un caso se i direttori delle Caritas della Lombardia hanno firmato dieci giorni fa un documento critico sullo “stato dell’immigrazione” – nella regione e a livello nazionale – in cui si leggono concetti non distanti da quelli espressi dal sindaco, e di approccio pragmatico: “Si spendono soldi, energie e tempo, ma con scarsi risultati”. Le Caritas diocesane, scrivono, “hanno dato seguito anche alle attese dello Stato e delle Istituzioni, in difficoltà nel dare una risposta ai bisogni”, ma in generale si sta manifestando “una grave incongruenza tra il tempo, le energie e le risorse impiegate nel soccorso in mare e il risultato conseguito. Bisogna quindi pensare e mettere in pratica nuove soluzioni”. Tra queste: “Lo stato dovrebbe ricercare maggiormente il coinvolgimento delle comunità locali, trasferendo competenze e risorse agli enti locali, specie ai comuni”.

 

I numeri di Milano e Lombardia, del resto, parlano chiaro sulla centralità del problema. Ieri il Centro studi e ricerche Idos ha presentato il suo “Dossier statistico immigrazione” (non solo profughi). Su un totale di 5.026.153 immigrati presenti in Italia, 1.149.011 vive in Lombardia. Anche se per quanto riguarda richiedenti asilo o rifugiati ospitati in strutture d’accoglienza lombarde, la percentuale è molto più bassa: a luglio 2016 erano 18.338, il 13 per cento del totale, meno dello 0,2 sugli abitanti della regione.

 

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