Pillitteri sì

Le ragioni di un socialista milanese doc per approvare il referendum. (La Metro avanza, come le riforme).
Pillitteri sì

Paolo Pillitteri (foto LaPresse)

“Io l’avrei fatta anche più breve e semplice: ad esempio, sciogliere il Senato e basta. Ma faccio parte del popolo montanelliano, sono di quelli che si turano il naso. E voto sì”. Perché turandosi il naso? Un riformista storico come lei? “Mi spiego. La riforma, l’avrei voluta più decisa e radicale, appunto. Come a lungo proponemmo con il mio amico Marco Pannella: sì o no, scelte decise. Ma voterò convintamente a favore: è una riforma che va nel senso giusto, del cambiamento. E io credo che qualsiasi riforma serva per avviare un percorso di rinnovamento. Del resto avevo votato sì anche alla riforma costituzionale di Berlusconi, convinto sostenitore. Abbiamo perso molti anni”.

 

Dice così, al telefono, finalmente parcheggiata la macchina, “scusi ma ero nell’ingorgo dei lavori della metropolitana, un caos”. E siccome è un uomo ironico, aggiunge: “Ma per fortuna, la metropolitana avanza”. Lui che era stato il sindaco socialista della Milano da bere, e che inaugurò nel 1990 la linea Gialla, quella appunto i cui lavori furono scanditi da una rivoluzionaria (per l’epoca) comunicazione di accompagnamento: i cartelli “La linea 3 avanza!”, che facevano incazzare gli automobilisti. Fino allo slogan che fece epoca, e un po’ scandalo, nella comunicazione politica: “La linea 3 ha finito di rompere!”, quando finalmente la inaugurarono.

 

Paolo Pillitteri è stato sindaco della città dal 1986 al 1992. Per gli odiatori professionisti era ovviamente “il cognato di Craxi”, molti anni anni dopo soltanto Vittorio Feltri ebbe il coraggio di chiedergli pubblicamente scusa della meschineria, quando Pillitteri pubblicò le 400 e passa pagine delle sue memorie politiche (“Tutto poteva accadere”). Soprattutto, Pillitteri è, oggi, un uomo politico non più in servizio attivo ma depositario di buona memoria e testimone di una stagione del riformismo della sinistra ambrosiana – non l’unico, certo – che tre decenni dopo nell’impianto generale del ddl Boschi non può che riconoscersi, pur con qualche distinguo.

 

“Superare il blocco del bicameralismo, rafforzare il potere dell’esecutivo, sono state idee forti del socialismo riformista di Craxi. Anche se poi quelle riforme non trovarono attuazione. Ma, ad esempio, gli interventi decisi in materia economica, con l’inflazione abbassata dal 16 al 4 per cento, o il referenum vinto sulla Scala mobile, che cambiò il mondo del lavoro, sono stati i risultati di quella politica di riforme e di spinta al rinnovamento sociale, e di quella capacità di decidere che ci veniva invece rimproverata”. Come la metropolitana, insomma, il riformismo avanza inesorabile. Logico schierarsi dalla sua parte. “Fu fermato come sappiamo, ed è assurdo che ancora oggi, fra chi vorrebbe usare il referendum per abbattere Renzi, ci siano quelli che usano la stessa retorica giustizialista, da giacobini d’accatto, assieme all’antipolitica di Grillo”.

 

Renzi come una “forza tranquilla”

 

I montanelliani motivi per votare turandosi il naso, a parte una maggior vigoria dell’impianto generale, per Paolo Pillitteri stanno insomma altrove. “Non sono assolutamente di quelli che voterebbero, e voteranno, contro solo per un motivo politico, per buttar giù Renzi. Anche perché confondere un quesito referendario con un voto politico è dannoso. E poi, che cosa accadrebbe? Cadesse Renzi, dall’altra parte l’accozzaglia di oppositori sarebbe dominata da Beppe Grillo”. Detto questo, messo al riparo il senso della riforma, è il senso di Renzi in generale a non convincere (più) fino in fondo un socialista d’altri tempi, un craxiano che della leadership forte non ha mai avuto timore: “Quello che mi ha deluso un po’ di Renzi, detto dal punto di vista di un vecchio politico che apprezza i giovani, è un’incapacità di essere davvero un leader”.

 

Ma come, se tutti lo accusano di essere un ducetto? “Invece io gli auguro, e spero davvero che gli succeda, di diventare ‘una forza tranquilla’, per citare il grande slogan elettorale che portò all’Eliseo Mitterrand. Dovrebbe trovare, soprattutto nei confronti dell’Europa, quella leadership riformista ma capace di imporsi che ebbero Mitterrand, Felipe González, Tony Blair, Craxi negli anni in cui diede un ruolo internazionale forte all’Italia. Certo, non è colpa soltanto sua, è anche di un sistema-partito che non c’è più. Ma certe scelte dovrebbe imporle, con autorevolezza”.

 

E del suo amico Stefano Parisi, che è venuto ad ascoltare lunedì scorso al Franco Parenti nel dibattito con Pier Carlo Padoan organizzato dal Foglio, che si è schierato per il no, cosa pensa? “Io giudico positivo il modo in cui si è posto sul problema del referendum: ha detto no, ma lo ha fatto in modo motivato, non buttandola in antipolitica. Ha esposto non un pregiudizio o un tatticismo contro Renzi, ma un programma politico alternativo”. Insomma, per fare il leader del centrodestra, tocca muoversi così… “Credo di sì. Io, la sola cosa che gli direi è quello che ci diceva sempre Bettino, quando andavamo a cena al Matarel: ‘L’unica cosa a cui dovete stare attenti, è la congiura dei mediocri”.

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