Pediatra e procura

L’Unione camere penali bastona i magistrati per il briefing dopo il suicidio di Alberto Flores D’Arcais: “La conferenza stampa di una procura post mortem” è una “una nuova, sconcertante, forma di comunicazione”.
Pediatra e procura

“La conferenza stampa di una procura post mortem” è una “una nuova, sconcertante, forma di comunicazione”. L’intervento a muso duro contro il comportamento quanto meno irrituale di una procura della Repubblica – nel caso specifico quella di Busto Arsizio – è un documento pubblicato mercoledì dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle camere penali italiane. Il caso cui si fa riferimento è la detenzione domiciliare, conclusa dal suicidio, del medico milanese professor Alberto Flores D’Arcais, primario di Pediatria a Legnano, sospettato di atti di pedofilia nel corso delle sue visite mediche in ospedale. La “conferenza stampa post mortem” è il briefing con alcuni giornalisti (convocato in un “punto stampa senza telecamere” della procura di Milano in via Moscova “per evitare strumentalizzazioni e nuovo dolore alla famiglia e chiarire tutto il possibile”) organizzato dal procuratore di Busto Arsizio, Gianluigi Fontana, la mattina stessa dell’avvenuto suicidio del medico. Nel corso di quella “conferenza stampa post mortem” fu comunicato agli organi d’informazione che sui computer sequestrati al defunto (dunque ormai non era già più possibile definirlo “indagato”) era stato ritrovato materiale pedo-pornografico. Della vicenda si è occupato il Foglio di mercoledì 7 settembre.

 

 

La presa di posizione dell’Unione delle camere penali italiane mette sotto accusa nel modo più esplicito un comportamento degno del circo mediatico-giudiziario: “Mancava giusto una ‘conferenza stampa ‘post mortem’ di una procura della Repubblica, a poche ore di distanza dal decesso (per suicidio) dell’indagato per decretare il definitivo imbarbarimento di certi comportamenti della giustizia nelle sue incursioni nel settore della comunicazione”. Giudizio duro motivato anche dal fatto – ci spiega l’avvocato Renato Borzone, già vicepresidente dell’Ucpi e ora responsabile del gruppo di lavoro che si occupa dell’informazione giudiziaria –  che le “offese alla civiltà giuridica” e ai doveri di riservatezza, soprattutto nei casi di detenzione durante le indagini, sono assai numerosi. Il caso in questione è particolarmente grave non solo per una mancanza di pietas, ma per questioni di procedura. L’Ucpi dà ragione delle proprie accuse: “Il codice penale prevede che la morte dell’imputato estingue il reato e, per conseguenza, il Codice di procedura penale stabilisce l’immediata cessazione di ogni attività giudiziaria. Da questo momento l’unico compito dell’autorità giudiziaria è quello di mandare gli atti in archivio. Anche ogni ulteriore valutazione circa la fondatezza o meno dell’accusa è vietata e, se espressa, illegittima. In violazione di questo divieto, la procura della Repubblica di Busto Arsizio, ‘ex inquirente’, è stata ‘generosa’ di pronunciamenti sul fondamento della propria indagine”.

 

Nel documento si legge anche che l’unica plausibile ragione di questo comportamento è “giustificare il proprio operato a fronte della tragica risposta di chi era stato destinatario di quella iniziativa giudiziaria”. “Che un’istituzione, contro le regole umane, ritenga che prevalgano le supposte ragioni di giustificazione del proprio operato, è cosa profondamente inquietante, anche perché attuata violando le prescrizioni di segretezza delle indagini giudiziarie. In questo contesto spiace rilevare come ancora una volta l’informazione, salva qualche eccezione, abbia dato largo spazio alle ‘indiscrezioni’ dirette a supportare la fondatezza di un’inchiesta giudiziaria tutta da verificare. Insomma, nulla di nuovo sotto l’italico sole”.

 

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