Noir

La Milano notturna, violenta e manilconica dei libri, per milanesi in ansia ferragostana.
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Se siete  di quei milanesi che non vanno mai via, o se siete di quei milanesi che quando sono via soffrono di nostalgia per l’aria stagna, l’afa d’estate, i vialoni svuotati, la fauna randagia degli umani che si notano solo ad agosto. Se insomma siete di quelli che Milano d’estate se la immaginano come un perfetto scenario da racconto di delitti, a metà tra la cronaca e la metafisica da libro tascabile, la soluzione per evitare il senso di vuoto ferragostano e metropolitano è dedicarsi ai romanzi noir – o meglio “gialli”, il colore eponimo di casa Mondadori – ambientati a Milano. Che ormai sono molti, e molti di fresca uscita, sull’onda di una piccola moda editoriale che dura in realtà da anni (e vanta una certa tradizione, anche), ma che più di recente è uscita da una dimensione di nicchia, stramilanese appunto. La qualità delle trame, la loro aderenza al canone, gli stili e i valori di scrittura variano. Ciò che li accomuna è la capacità di illuminare pezzi, luoghi e modi d’essere della città. Di farli riconoscere, o scoprire.

 

Dario Crapanzano è da tempo oggetto di un culto non più solo milanese. Ha fatto il pubblicitario per una vita, poi, all’alba dei settant’anni, nel 2011, ha cominciato a sfornare, prima per l’editore genovese Frilli per poi passare agli Omnibus gialli di Mondadori, le sue milanesissime storie di Mario Arrigoni, capocomissario di Porta Venezia. Titoli che più meneghini non si potrebbe: Il giallo di via Tadino, La bella del Chiaravalle, Il delitto di via Brera. E il quartiere di Porta Venezia (lui è nato in via Casati, che oggi è un crocevia della casbah multietnica) è la topografia dei suoi malinconici meccanismi perfetti. Simenoniana per vocazione, odori, malinconie esistenziali, la Milano di Crapanzano è infatti una Milano d’antan. E anche molto scerbanenchiana, va da sé. Una città che non c’è più, ma che oltre alla topografia ha mantenuto una sua riconoscibile struttura urbana e umana, prodotto di microcosmi giustapposti e separati, di confini invisibili ma reali che trasportano, attraversato un incrocio, da un mondo all’altro. E Crapanzano la sa evocare, senza passatismo, anzi con una certa capacità di evocare la città di adesso. La notizia dell’agosto 2016 è l’uscita del suo nuovo romanzo, Il mistero della giovane infermiera, che vedrà i commissario Arrigoni aggirarsi nel cantiere di uno stabile in costruzione in via Benedetto Marcello, e interrogarsi attorno al cadavere di una giovane donna cui un martello ha sfondato il cranio. C’è n’è abbastanza per non partire, o per partire dopo passaggio in libreria, senza temere l’ansia da vuoto metropolitano.

 

Enrico Ruggeri, milanesissimo persino in certe canzoni, scrittore versatile e già sperimentato, con "Un prezzo da pagare" (Mondadori) ha messo in scena attorno ai viali di Porta Romana un noir volutamente, anche lui, simenoniano, a partire dal poliziotto tranquillo che va in questura in tram, con moglie e figli, pronto per la vacanza, alle prese con un omicidio d’estate dentro un mondo che non è il suo, ma lo è dell’autore (“secondo me bisogna sempre scrivere di ciò che si conosce. Milano per me è la città produttiva che genera illusioni, è anche quella però in cui il rumore di sottofondo della notte è quello delle sirene, ambulanze, antifurti”), quello della tv, dell’industria dello spettacolo milanese.

 

Andrea Pinketts è personaggio totemico, o si potrebbe dire un pezzo del paesaggio urbano, di una certa Milano selvaggia e già guasta degli anni 90. Una Milano hard boiled ed esagerata, trasgressiva e sgangherata che forse nella realtà non è mai esistita, se non nei calembour e nella prosa esagerata, metà amabile metà indigeribile che Pinketts verga a mano, con la Montblanc, sognando la città attraverso i vetri della sua tana, che ormai è parte del suo cliché, il bar Trottoir. Dove scrive e quasi vive, e che da molto tempo non è più in un angolo di Brera, ma s’è trasferito giù, verso l’inevitabile Darsena. Ma nel ritorno, il decimo, del suo Lazzaro Santandrea in La capanna dello zio Rom, un locale di misteriosi orrori con sedi a Milano e Bucarest (“frequentando quotidianamente romeni mi ero accorto dell’ignoranza sovrana con cui spesso si confondono rom e romeni) si rintracciano luoghi e tic della città contemporanea (“negli anni Ottanta quando ho scritto il mio primo libro con Lazzaro protagonista era opulenta e ‘architettonica’, oggi è solo architettonica, una città di cantieri” e l’eterno Grande Male che è la cifra di Pinketts.

 

Il ritorno di Alessandro Robecchi a Milano è del marzo scorso, ma il suo "Di rabbia e di vento" (Sellerio) è un bel noir che ha per sfondo la metropoli contemporanea. I suoi soldi esibiti, i nuovi pellegrinaggi del divertimento, gli scorci di un hinterland che sembra un altro universo. Vi si aggira il personaggio di Carlo Monterossi, detective casuale e già noto ai lettori di Robecchi, stavolta alle prese con i guadagni di un tycoon della tv (sempre a Milano siamo) e con una donna forse perduta, forse un incontro ravvicinato del terzo tipo, ma inevitabilmente morta ammazzata. Violento, spietato, disilluso. Molto milanese.

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