Via San Vittore

Al voto, tra rivolte civiche per la metropolitana e flash mob dei Radicali per difendere il carcere.

Via San Vittore

Come voteranno i milanesi del centro, la Zona 1 sempre cruciale per definire gli equilibri e la tendenza politica generale della città, lo sapremo tra poco. Spesso gli umori della borghesia imprenditoriale e delle professioni che lì risiede li determinano le piccole cose della vita quotidiana. Via San Vittore sono 700 metri di pavé tra la Pusterla di Sant’Ambrogio e il Corso di Porta Vercellina, su cui affacciano l’antica chiesa di San Vittore, il Museo della Scienza e della tecnologia, un ospedale, palazzi residenziali, negozi e una bella libreria “aperta per tutto il ponte del 2 giugno”. Da una decina di giorni, in questo orgoglioso paradiso civico soffia vento di rivolta: la strada è stata ristretta in un tratto, iniziano i lavori per la M4, la “Linea Blu” (a Milano la metropolitana va a colori) che attraverserà la città da Linate alla periferia sud. Non è Ouagadougou, il disagio è relativo. Ma la strettoia ha costretto a deviare gli autobus, il senso unico costringe le ambulanze a fare la gimkana, i negozianti temono il muretto di cemento a ridosso alle vetrine. E i residenti temono i disagi, alcuni sono addirittura terrorizzati dalla possibilità dei crolli. Come reagire? Con un comitato civico, che ha indetto “un giorno di richiesta fra mura e vetrine vestite di domande” (dev’esserci la mano di qualche residente copywriter), perché nessuna risposta è ancora pervenuta circa la possibilità di “mitigare i disagi” del cantiere: né dalla società che costruisce la Blu, né dalle Metropolitane milanesi, né dal comune. Volantini, lettere ai giornali, incontri di chiarimenti richiesti con l’assessore alla Mobilità, Pierfrancesco Maran (Pd), il più giovane della giunta Pisapia, divenuto d’un tratto la bestia nera dei sanvittorini. Tra civico entusiasmo e qualche scetticismo (“sembriamo la nuova Val di Susa”, s’è sentito dire il giorno della protesta), si va avanti. Forse non cambierà il destino del voto, ma il candidato Maran difficilmente farà il pieno di preferenze, in zona Sant’Ambrogio.

 

A cinquecento metri dall’epicentro del disastro ambientale della Val Susa di Zona 1 (la fermata della Verde che diventerà un hub di interscambio), c’è un altro luogo che si chiama San Vittore, ma è il carcere. Pure lì, tutto d’un tratto, squillano tamburi di rivolta. Tutto nasce dal rilancio, da parte del ministro della Giustizia Orlano (Pd anche lui) del progetto di alienare alcune carceri, come Regina Coeli e Poggioreale e appunto San Vittore, per recuperare risorse per nuove strutture penitenziarie moderne. “Dopo le amministrative credo ci saranno le condizioni politiche per un confronto. Non appena i nuovi sindaci si saranno insediati partiranno i colloqui”, ha detto. Invece la faccenda rischia di rimbalzare nell’urna. Rispetto alle altre strutture, San Vittore ha delle particolarità. Quando lo costruì nel 1879, l’ingegner Francesco Lucca si ispirò al modello del carcere ideale progettato cent’anni prima dal filosofo e giurista Jeremy Benthame. Il suo “panopticon” a pianta stellare, per permettere ai sorveglianti di controllare simultaneamente tutti i detenuti, è un tòpos dell’ideologia concentrazionaria e carceraria che ha affascinato il Foucault di Sorvegliare e punire e il W.G. Sebald di Austerlitz. I sei bracci di tre piani l’uno di San Vittore erano allora alla periferia di Milano, ma quando anni fa il governo suggerì di smobilitarlo, il sindaco garantista Giuliano Pisapia si oppose per un motivo culturale: “Abbiamo la tentazione di nascondere i problemi della società, rimuoverli.

 

Un carcere in centro a Milano ricorda a tutti che viviamo in un mondo complesso, in cui esistono violenza, emarginazione e povertà e che i problemi vanno affrontati e non rimossi”. Un’idea che era anche di Marco Pannella.  San Vittore, come le altre prigioni ottocentesche, ha forse oggi problemi più gravi di quelli concettuali. Dalla fatiscienza ai costi di gestione, al sovraffollamento. Ma anche qui, Pisapia ebbe a dire: “Bisogna intervenire con una riforma del Codice penale in modo da prevedere, per i reati di non grave allarme sociale, pene diverse e più efficaci della detenzione, spesso scuola di criminalità”. In verità il tormentone sulla vendita o il riuso pubblico del carcere milanese risale ai tempi di Carlo Tognoli, fine anni 70. Gabriele Albertini se ne fece un punto d’onore e pure il ministro leghista della Giustizia, Roberto Castelli, lavorò all’idea nel 2005. Ora tocca o Orlando, e la faccenda riparte dallo stesso punto. Ieri i Radicali, starring il candidato sindaco Marco Cappato, hanno organizzato un flash mob attorno alla struttura di piazza Filangieri al grido di “Giù le mani da San Vittore”. Per loro, l’idea di venderlo (peraltro esclusa dal ministero) è solo “l’ennesima operazione di speculazione immobiliare da affidare a un ente statale, in cui Beppe Sala siede nel consiglio di amministrazione”, intesa la Cdp. E’ sicuro che la mobilitazione per difendere il “bene pubblico” del panopticon di Milano proseguirà. Qualche sera fa, a un evento elettorale della sinistra, ha preso la parola Giuliana Nuvoli, che insegna Letteratura italiana alla Statale ed è candidata nella lista Pisapia, e abita pure lei in via San Vittore, per chiedere di “far sentire la nostra voce” affinché quel luogo divenga una biblioteca, o un centro di aggregazione.

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