Garbo istituzionale

Il candidato più a sinistra di Sala non si trova, né contro né a favore. Cantone fa ciao a Maroni

La sinistra barbacettista che non perdona a Beppe Sala la benevolenza della procura di Milano durante i mesi di Expo – il famoso “garbo istituzionale” elogiato da Matteo Renzi – dovrà farsene una ragione.  Del garbo istituzionale di Gherardo Colombo, storico pm del pool di Mani pulite, uomo di cultura, scrittore ed editore, al quale era stata offerta la candidatura a sindaco di Milano in una costituenda lista “a sinistra di Pisapia” che vorrebbe contendere Palazzo Marino al candidato uscito dalle primarie ma con un imprimatur troppo nazarenico e renziano, o quanto meno farlo perdere: esattamente per quei due indigeribili aggettivi. Il nome del candidato della sinistra alternativa – qualche spezzone di Sel, i possibilisti di Pippo Civati e aree che spaziano dall’associazionismo ai centri sociali – ancora non c’è. Sia Civati sia altri più o meno probabili, tra cui Curzio Maltese, hanno detto no. Si puntava molto su Colombo, che però ha declinato, e chiarito: accettare quella candidatura lo avrebbe posto “nella precisa posizione, almeno nella percezione generale, di chi esprime la sola sinistra della città. Una posizione nella quale non mi riconosco”. Tradotto, significa che non intende essere espressione di una pura e semplice opposizione a Beppe Sala. Ma, volendo meglio interpretare la posizione dell’ex pm, che non è politicamente uno sprovveduto, significa che uno spazio di manovra “più a sinistra” non esiste, per due motivi. Il primo, che ha per così dire una valenza di tipo nazionale, è che a sinistra del Pd renziano c’è attualmente solo spazio per una presenza residuale, almeno finché i vari spezzoni della minoranza del Partito democratico non decideranno di andarsene: ma è improbabile che lo facciano ora, e che lo facciano stracciando platealmente lo strumento delle primarie, così simbolico.

 

Poi c’è la questione di Francesca Balzani e della lista arancione che dovrebbe sostenere Sala da fuori il Pd. La seconda classificata alle primarie, attuale vicesindaco, ha giocato a tira e molla sulla possibilità di guidare una lista della sinistra civica. Ha chiesto molte garanzie, troppe secondo qualcuno, poi ha deciso: “Sosterrò il centrosinistra ma non mi candido”. Sala s’è lasciato sfuggire un commento irritato: “Dopo le primarie, Francesca mi aveva chiesto tempo per mettere insieme i suoi. Io mi sono messo in rispettosa attesa e la percezione è stata che non ci siamo sentiti”. Che il dissidio sia politico e non solo di bizzose personalità lo ha lasciato capire Stefano Boeri, grande sponsor di Balzani: “E’ anche la conseguenza di un’insufficiente valutazione della rilevanza di quel 34 per cento che alle primarie ha sostenuto la sua candidatura… Una donna con un patrimonio di esperienza politica e professionale importante, che sa parlare ai moderati ma che ha radici di fortissima empatia con la sinistra radicale. Andava coinvolta”. Il niet di Balzani da una parte rischia di indebolire Sala, inducendo l’elettorato arancione a non seguirlo. Ma dall’altra può favorire una più facile intesa con il mondo ex Pisapia. Della serie: “Ce ne faremo una ragione”. E a quel punto, lo spazio “contro Sala” si restringerebbe.

 

Tegola non proprio indolore sul progetto di una Autorità anticorruzione regionale, ultima scommessa di Bobo Maroni. Dopo le recenti bufere a targa leghista sulla Sanità, il presidente lombardo aveva deciso di accelerare sul progetto di un’authority in grado di “affiancare” l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, con funzione di prevenzione e di contrasto della corruzione in tutte le attività delle strutture regionali, comprese le società partecipate e controllate, gli appalti pubblici. L’Arac – il cui progetto di legge istitutiva ha già ricevuto il via libera dalle commissioni Affari istituzionali e Antimafia – nel progetto di Maroni dovrebbe essere composto da 5 membri nominati dal Consiglio regionale su proposta della giunta, “scelti tra esperti di alta professionalità e notoria indipendenza. Va da sé che la necessità di recuperare credibilità sul fronte della trasparenza è per la giunta Maroni, e per tutto il centrodestra lombardo, essenziale e urgente. Al punto che il presidente aveva messo in conto di dover sfidare una possibile impugnazione del progetto da parte di Roma (il Pd lombardo aveva subito ventilato l’ipotesi), analogamente a quanto accaduto per la “legge sulle moschee”. Però martedì è arrivato uno stop direttamente dal dottor Raffaele Cantone. La sua Autorità nazionale anticorruzione ha chiesto formalmente al governo della regione – tramite una delibera già trasmessa a Maroni – di rivedere il progetto. Il quale è definito dall’Anac “apprezzabile” ma, spiega Cantone, sarebbe un doppione, visto che si prefigge compiti “identici a quelli previsti dal legislatore nazionale”. E soprattutto, la materia anticorruzione è di competenza nazionale “visto che l’Anac è stata istituita con legge nazionale”. Non sarà facile, per Bobo Maroni, uscire dalle strettoie di un conflitto non solo formale, ma evidentemente anche politico.

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