Misericordia, si dice

Cosa c’entrano Ambrogio e Agostino col Giubileo e l’attualità politica. Un ciclo di incontri
Misericordia, si dice

Aveva ragione Celso, colto pagano del II secolo, ad accusare la fede dei cristiani di essere né più né meno che un abuso di misericordia? “Se, come essi affermano, alla maniera di chi è schiavo della compassione, Dio si lascia dominare dalla pietà per chi geme e solleva i malvagi e respinge i buoni che non ricorrono a tali mezzi, Egli commette la più grande delle ingiustizie”. Così scriveva Celso, nel suo “Contro i cristiani”. A rispondergli pubblicamente quasi due millenni dopo, ma il tema è di stringente attualità, durante un ciclo di incontri al Teatro delle colonne di San Lorenzo, ci ha provato padre Francesco Braschi, insigne studioso di Patristica dell’Ambrosiana: “Prima della venuta di Cristo, la misericordia non era semplicemente disprezzata o rifiutata: piuttosto, era negata quale principio logico e ragionevole, mediante il quale interpretare la realtà”, ha detto padre Braschi. Pacatamente segnalando che il punto dirimente, tra i cristiani e la cultura giuridica e politica di oggi, anno giubilare della Misericordia, è tornato ad essere esattamente quello. Per capire perché sia un tema squisitamente milanese, tale da giustificare un ciclo di raffinate lezioni, bisogna ricordare che una delle porte attraverso cui “una bellezza disarmata entrò nel mondo antico” – secondo il titolo del ciclo organizzato dal Centro culturale di Milano: “Alla scoperta del volto della misericordia - Una bellezza disarmata entrò nel mondo antico” – è proprio quella di Milano. Nel momento in cui, capitale imperiale, e soprattutto grazie al magistero di Ambrogio, vescovo e magistrato, quelle visioni dell’uomo così opposte iniziarono a collidere, a coincidere, a modificare i loro rapporti di forza e a fondare una tradizione non solo ecclesiale ma anche civile che dura a tutt’oggi. E che ha molto a che fare con l’identità profonda di questa città, non a caso “ambrosiana”. Suggestivo è ricordarselo a due passi da San Lorenzo, la basilica a pianta centrale gemella di  Santa Sofia di Costantinopoli, lì dove Milano conserva la sua memoria imperiale tra gli inconsapevoli viaggiatori della chiassosa movida notturna.

 

Mentre dall’altra parte del mondo Francesco cammina lungo i confini di Ciudad Juárez e abbraccia dopo un millennio Kirill, nella speranza (anche) di contribuire a fermare il macello siriano, padre Pierluigi Banna, ricercatore di Patristica all’Augustinianum di Roma, ieri sera ha parlato proprio di Ambrogio e Agostino – qui a poche centinaia di metri dal luogo dove il primo battezzò il secondo. Tema, appunto, “La misericordia come criterio per la vita pubblica e gratia societatis”. Sfida attuale, e non da filologi: “Non sembra, anzitutto, chiaro nel dettaglio quali siano tutti i passaggi, le mediazioni, le traduzioni che coprono l’arco tra il confessionale e il Consiglio di sicurezza dell’Onu – ha detto tra l’altro Banna, con sottile ironia –. E’ realistico pensare a una politica che tragga spunto dall’esperienza della misericordia?”. Come Celso, il mondo di oggi è tornato a ritenere di no. Almeno da quando Nietzsche tacciò la misericordia cristiana “di essere nient’altro che una forma di narcisistico autocompiacimento, che rinforza il nostro intimo sentimento di superiorità”. Dall’altra parte di una intera visione del mondo, c’è Ambrogio. Per il quale “alla base della misericordia vi è il riconoscimento della comune appartenenza al genere umano, di una ‘cognatio’ tra gli uomini: ‘Chi è colui che fa attenzione al povero? Colui che ha compassione di lui, colui che riconosce che egli ha la medesima natura, colui che riconosce che il Signore ha fatto sia il ricco che il povero’”. Ambrogio che giustificò la necessità di spezzare i vasi sacri per sovvenire ai poveri, per riscattare i prigionieri e per seppellire i defunti. Ambrogio che con forza poetica usa un’immagine di stupefacente attualità: “L’uomo non è più un’isola da quando la misericordia di Dio ha levato la separazione della discordia, ‘sicché ognuno àncora la nave della sua pace nell’affetto del prossimo o del fratello’”. E per rimanere all’immagine delle navi e dei porti sicuri, padre Banna trova un altro esempio del rapporto tra misericordia e “gratia societatis”. Stavolta è Agostino, ormai vescovo di Ippona, che in una lettera parla del traffico di bambini ridotti in schiavitù da alcuni criminali, chiamati “mangones”. Racconta dell’opera della chiesa per sottrarli alla schiavitù, e di un’azione dei cristiani che sulla costa di Ippona liberarono 120 persone prima che fossero imbarcate. Ma allo stesso tempo, Agostino è preoccupato dell’eccessiva durezza delle pene prescritte per i “mangones”, la frusta piombata che quasi sempre conduceva alla morte, e si adopera sia per prevenire e ostacolare i loro crimini, sia per umanizzare le loro pene.

 

Altra occasione per saggiare l’attualità del tema sarà l’ultima lezione del ciclo del Centro culturale di Milano, “La misericordia nelle chiese d’oriente perseguitate”. Si parlerà della vita delle comunità della Siria tra guerre e altri patimenti. Tra i testimoni Abba Isaia, Efrem il Siro, Nerses di Lambres. Ne parlerà ancora padre Francesco Braschi, lunedì 29 febbraio.

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