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Perché il progetto renziano “Human Technopole” piace poco alle università. Serve il TomTom

Il dettaglio magicamente nazarenico che non tutti hanno colto, della repentina mossa di Matteo Renzi sul dopo Expo, il progetto “Human Technopole - Italy 2040”, è che l’Istituto italiano di tecnologia di Genova (Iit) scelto per fare da pivot all’operazione è una creatura di Silvio Berlusconi: fu il suo governo a fondarlo 12 anni fa (oggi ha 12 sedi, due negli Stati Uniti, 1.400 ricercatori per metà stranieri, lo guida il 53enne fisico Roberto Cingolani). Ma non è stato certo questo dettaglio a provocare l’alzata di scudi, o almeno le perplessità, dei magnifici rettori delle università milanesi. Ricapitolando, il progetto intende creare su 70 mila metri quadrati del sito (in totale un milione e mezzo di metri quadrati, di cui il 50 per cento dovrà, o dovrebbe, restare area verde con parchi biologici, come deliberato dal Consiglio comunale di Milano) un polo internazionale di ricerca e tecnologia applicata dedicato alle scienze che studiano l’allungamento e il benessere della vita. L’investimento promesso da Renzi è di 1,5 miliardi di euro in 10 anni. Ma non è ancora ben chiaro (primo e non piccolo dei dubbi), se in quei 150 milioni all’anno rientrano i 100 che l’Iit già riceve e che verrebbero “girati” al nuovo progetto. Ma questo è un dettaglio.

 

Ciò che ha messo in allarme i rettori milanesi, e non per “campanilismo” (cit. Renzi), sono dubbi di metodo e scopo. E soprattutto il timore di vedersi bypassati – nonostante le eccellenze di ricerca pubbliche e private della città e del sistema lombardo – nel ruolo guida per il futuro. Forse c’è stata qualche precomprensione, forse è tattica. Ma intanto ci sono le prese di posizione. L’ultimo in ordine di tempo a dire la sua è stato ieri, sul Corriere della Sera, il rettore del Politecnico, Giovanni Azzone. Piuttosto outspoken: “Non si capisce perché non si sia aperto un bando internazionale. Qui il governo ha deciso direttamente quale sarà il soggetto attuatore, procedura insolita per il mondo della ricerca. Nelle altri capitali europee le cose vanno diversamente… In Francia, il progetto Paris Saclay finanziato dal governo per 7 miliardi di euro è vincitore di un bando. E anche in Germania per promuovere centri di eccellenza nella ricerca si utilizza lo strumento dei bandi”. Non una cattiva domanda: “Sarebbe interessante” conoscere le motivazioni del governo, “per evitare dietrologie e polemiche”. Azzone, del resto, le idee sue e del “Poli” sul dopo Expo le aveva espresse, e la sua università aveva anche collaborato attivamente alla progettazione dell’evento. Tra l’altro, facendo lavorare studenti di tutto il mondo al concept del cluster tematici.

 

Uno dei problemi, e non solo secondo Azzone, è che lo “Human Technopole” da solo non basterebbe a utilizzare tutto lo spazio. E il piano su cui oramai la Tout-Milan stava ragionando è il trasferimento a Rho-Pero del campus delle facoltà scientifiche della Statale. Idea lanciata dal rettore Gianluca Vago, uno dei primi a dire la sua: “Ho più di una perplessità sul progetto”. O meglio, il piano del governo “va benissimo”, però “a Milano alcune cose previste dal piano si fanno già, bisogna vedere come si fanno in più. Non è banale, è difficilissimo imporre al mondo della ricerca un modello precostituito”. E qui spunta il problema non banale di come coordinare la ricerca scientifica, tenendo conto di un sistema già esistente e integrato come quello lombardo. Sul nuovo polo della Statale, in verità, Renzi ha detto che quanto proposto da Vago andrà avanti, e che metà dei fondi li metterà Cdp. Però l’altro 50 per cento dell’investimento (altri 200-300 milioni) dovrà arrivare dalla vendita degli immobili di Città studi. Idea buona, ma se chiedete a qualsiasi urbanista o immobiliarista milanese, vi dirà che, al momento, quella vendita è un sogno.

 

Il primo rettore a sparare alzo zero era però stata Cristina Messa, della Bicocca. Per lei il coinvolgimento in ruolo guida del genovese Iit è “una scelta che rischia di scardinare il modello lombardo. Un errore partire… Se questo nuovo progetto non si integra con il sistema che in Lombardia già c’è, finirà per entrare in competizione”. Ha fatto degli esempi: “Il Centro europeo di nanomedicina, l’Istituto nazionale di genetica molecolare, l’istituto di neuroscienze del Cnr, uno dei più forti del paese.” E poi il cluster regionale per le tecnologie abilitanti (Politecnico di Lecco) e tanti eccetera. Tutte cose su cui, ovviamente, il governo avrà modo di riflettere. Per portarsi avanti, Bobo Maroni ha incaricato i rettori Vago e  Azzone di verificare il progetto, e ai loro responsi si atterrà. Dice. Ma del resto, lo stile di Renzi è noto, è il modello Buona scuola: prima si parte in quarta, poi si verifica il percorso con gli altri. TomTom.

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