Candidati al bacio

Si complicano le partite per il sindaco. La destra gioca in trasferta, la sinistra fa melina

La partita si sposta nel weekend in campo neutro, a Bologna. Matteo Salvini ha organizzato questa manifestazione della Lega che per la verità è di carattere nazionale, è contro il governo. Infatti si chiama “blocca Italia”. Da settimane dentro a Forza Italia la discussione è rovente: andare o non andare. Andare è rinforzare l’unità del centrodestra; no, andare è mettere la leadership nelle mani di Salvini. Non è questione di lana caprina. Pertanto Silvio Berlusconi negli ultimi giorni ha accarezzato la capra si pelo e di contropelo. Mi si nota di più se vado, o se non vado? Ieri ha deciso: “Non potevamo restare indifferenti dinanzi alle pressioni dei nostri elettori che in questi giorni hanno insistentemente chiesto una forte dimostrazione di unità del centrodestra”. Ci sarà. Ma la manifestazione bolognese è anche un turno del campionato in trasferta. Il cui risultato peserà nella partita più immediata, la scelta del candidato sindaco di Milano. Se non si cava il nome jolly dal cilindro (Paolo Del Debbio ultimamente esterna più come un aspirante candidato premier nazionale che come indeciso sulla corsa per Palazzo Marino) alla fine il mome lo farà chi pesa politicamente di Più. Maria Stella Gelmini, coordinatrice regionale di Forza Italia, ma è bresciana e la cosa vale come handicap, ostenta tranquillità unitaria: si troverà. Ma in realtà non è affatto contenta dell’andazzo. Salvini ostenta invece tranquillità sorniona: mica ci vuole superman, ripete. Tanto vinciamo col programma (se passa il mio gioco). Basta attaccare Renzi. A Bologna.

 

Lo strascico più immediato dell’Expo nutrizionale è la cattiva digestione nella sinistra dell’ex ad Giuseppe Sala, ancora nebuloso candidato del Pd. Beppe Sala ha notevoli plus di vendita: lo vuole Renzi, è in grado di maneggiare qualsiasi dossier economico-strategico meneghino e metropolitano, è già famoso. Uno dei minus di vendita riguarda sempre, però, la conoscenza e la padronanza della macchina comunale: Sala se l’è costruita quando, dopo una carriera da top manager, nel gennaio del 2009 Letizia Moratti lo chiamò a ricoprire la carica di Direttore generale del Comune di Milano. Condividevano una visione piuttosto aziendalista della politica e della città. E’ un peccato politico che buona parte della sinistra non intende perdonargli. Fuori dal Pd, ma anche dentro: ad esempio Pierfrancesco Majorino, Pd ala dura, come direbbe Maurizio Milani, ha detto che Sala o non Sala, lui a candidarsi alle primarie non rinuncia. Per contro, Majorino o non Majorino, Beppe Sala di sottoporsi alle forche caudine dell’incontrollato elettorato della sinistra non ha proprio intenzione. Molti tiramolla per ora, tutti gli altri aspiranti, come le stelle, stanno a guardare.

 

Al momento, il risultato è che il Pd vorrebbe provare a spostare più in là la notte delle primarie, non più il 7 ma il 28 febbraio. Oggi c’è un “tavolo della coalizione” e l’idea che il Partito democratico porterà è quella, con molti distinguo e vari mugugni (in segreteria cittadina: otto renziani a favore, ma pure sei contrari). Lo spostamento ha però tre logiche. Primo, stare a vedere se il governo deciderà davvero di scegliere per le amministrative l’ultimo giorno utile, il 12 giugno. Secondo, come nel surplace dei pistard, si prova ad aspettare che sia il centrodestra a sfornare per primo il suo nome. Terzo, ma più di sostanza, si prende più tempo per vedere se queste benedette primarie serviranno davvero, o se si sceglierà con un metodo diverso. E c’è anche più tempo per provare a digerire Mr. Expo. Pesantino.

 

Nel frattempo, nel mezzo della burrasca tra governo e regioni, Bobo Maroni ha buttato lì un “mi sa tanto che dovrò ricandidarmi alla presidenza della Lombardia”. Finora la sua unica parola era stata “dopo il 2018 ho chiuso. La mia è una scelta di vita”. Ma con il caos a destra che gira, mai dire mai. Del resto, magari è solo una battuta: ma è di quelle che al suo caro segretario federale Salvini, che non lo ama, gliele fanno girare.

 

Il “Bacio” di Francesco Hayez è famosissimo, anche per chi non ricorda più le scatole vecchie scatole dei Baci perugina. meno noto, ai più, che il quadro abbia tre versioni (1859, 1861, 1867) la più nota è quella conservata a  Brera. Alle Gallerie d’Italia in piazza della Scala, da sabato 7 novembre fino al 21 febbraio 2016 sarà possibile vederle tutte e tre, ed è una prima assoluta (oltre ad 120 opere). Il “Bacio” l’hanno usato anche per un flash mob di saluto dell’Expo al mondo: migliaia di persone a baciarsi tutte insieme (inteso due a due) davanti all’immagine. Ora potrebbero usarli tutti e tre come simbolo bipartisan delle Primarie. Riuscendo.

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