Matti di Milano

Uno è quello che da anni scrive ‘Lucifero culo’ e ‘Baal culo’ sui muri di Milano. Quando gli hanno chiesto se sapeva chi fosse a lasciare questi messaggi, ha risposto ‘sarà un matto’”.
Matti di Milano

"Uno è quello che da anni scrive ‘Lucifero culo’ e ‘Baal culo’ sui muri di Milano. Quando gli hanno chiesto se sapeva chi fosse a lasciare questi messaggi, ha risposto ‘sarà un matto’”. Sarà contento, penso, anche il mio amico Mattia Feltri a trovare citata, nel “Repertorio dei matti della città di Milano” a cura di Paolo Nori pubblicato da Marcos y Marcos – e così in qualche modo salvata dal nulla del tempo e conservata ai posteri – la storia di quello che scriveva (scrive?) “Lucifero culo” e “Baal culo” sui muri di Milano. Abbiamo passato meravigliose mezz’ore di cazzeggio redazionale, soprattutto nelle noiose ore d’estate in cui non succede niente, a strologare di chi fosse mai questo assoluto genio, questo condensatore inconsapevole di cosmiche paure. Quante volte abbiamo fantasticato di scriverne. Magari non un romanzo, ma un articolo sì. E non siamo di certo i soli. “Tutte le città potrebbero avere il loro repertorio di matti”, scrive Nori, che infatti ha già pubblicato quello di Bologna. Ma il matto di “Lucifero culo” c’è solo a Milano. Forse.

 

Poiché “è ovvio che non si valuta un matto”, ché “un matto è un capolavoro inutile, e non c’è altro da dire” (Giorgio Manganelli), il “Repertorio” di Nori è ovviamente anche, o soprattutto, un ritratto di città vista da vicino, molto vicino. Episodi tratti dai ritagli di cronaca, fatti di piccola vita, trasformati dalla scrittura in letteratura. In magnifiche epifanie. “Uno si chiamava CT. Era un omino piccolo, con un cappotto e un cappello nero. Negli anni Settanta si vedeva fra via di Ponte Vetero e il Castello Sforzesco. Dentro il megafono ripeteva in continuazione ‘il clero ti uccide con l’onda’ mentre spingeva a piedi una bicicletta a tre ruote”. Ritratti, persone che abbiamo visto, una volta o l’altra. “Uno sulla circolare destra aveva detto una volta ai passeggeri stranieri: ‘Ma tornateneve in Burundi, cosa credete che sono come voi, io qui ci sono nato, nella Grande Mela’”. Cose di tutti i giorni, distanze infinite. “Uno si vedeva spesso a Linate, agli arrivi. Vestito di grigio, un cappello elegante calato sulle orecchie, profumava di bucato. Teneva in alto un foglio di cartone con scritto a pennarello incerto SEGNOR CARLOS A CASA”.

 

Tra tutte le città che si svuotano e riempiono di caldo ad agosto, Milano è forse quella che procura il maggior tasso di ansia metafisica (a chi ha fatto il liceo) o di desolata rottura di coglioni (a tutti gli altri). Così che ogni estate Milano si popola più che in altre stagioni di matti. Di gente che sbrocca, stagionale o no. Aumentano i ricoveri, le segnalazioni. Ma aumenta soprattutto la percezione fisica, visiva, che noi (i famosi normali) ne abbiamo.  Giuliano Pisapia, appena insediato sindaco, in una delle interviste in cui gli chiedevano di raccontare il suo primo giorno, senza che nessuno gliel’avesse chiesto, disse: “L’unico lato triste di quella giornata erano stati i provvedimenti di Tso che si era trovato sul tavolo da firmare”. Non lo dicono quasi mai, i sindaci, ma i Trattamenti sanitari obbligatori li devono firmare loro. D’estate aumentano.

 

“Il figlio del diavolo viene inseguito da tre equipaggi della Croce Rossa in tutta la notte. La prima pattuglia va a prenderlo a casa vicino a corso Sempione, lui oppone resistenza, scappa e si dilegua a piedi nudi. La seconda lo avvista sempre in zona parco Sempione e tenta di acchiapparlo ma lui, sempre a piedi nudi, riesce a fuggire. La terza aiutata da un poliziotto lo trova in via della Moscova, riesce ad immobilizzarlo e a condurlo all’ospedale Niguarda. Il paziente appare insolitamente tranquillo. Mentre sta per arrivare in ospedale inizia a sussurrare di essere ‘il diavolo’, ‘io sono il figlio del diavolo”.

 

“Uno la domenica sera ogni tanto passava per la strada, suonava ai citofoni e diceva ‘Ciao sono comunista! Sei felice?’”. Sottoporre il caso a Pisapia?

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