Tartarughe

L’orgoglio tutto nostro di salvare i pesci nelle fontane. Giafar Buttafuoco sindaco di Milano?

Tartarughe

E’ un piacere sottile, che sconfina quasi nel proibito del leghismo inconsapevole. Un piacere che, consapevoli, i milanesi di ethos Pisapia faranno invece di tutto per negare, per negarsi. Ma c’è. Quando pensi che a Roma affondano nella monnezza e non passa una metropolitana da settimane, mentre a Milano c’è il boom del “mobile ticketing” di Atm, 226 mila biglietti scaricati con le app o gli sms in pochi mesi; quando pensi che Fiumicino un giorno va a fuoco e l’altro sputa gas tossici, e invece Linate e Malpensa vanno benone (+7,3 per cento, + 0,9 per cento degli arrivi in un anno) e che il turismo in quattro anni è cresciuto del 21 per cento, ti sembra veramente che a Milano vada tutto bene. Ma quando poi, dal comune, ti arriva la seguente, testuale notizia: “Arredo urbano. Interventi per salvare pesci e tartarughe abbandonati nelle fontane della città”, allora davvero ti senti orgoglioso. Di Milano e della giunta Pisapia. E’ l’essenza dell’anima operosa ambrosiana che sbarluccica felice: funziona tutto così bene, che il sindaco ha tempo pure per pensare agli animali e combattere “un fenomeno ciclico, in coincidenza delle ferie, che comporta la morte di centinaia di animali che non tollerano la presenza del cloro nell’acqua delle fontane”. Una “triste abitudine”, ha detto l’assessore ai Lavori pubblici e Arredo urbano Carmela Rozza, “con tante persone che si disfano dei loro animali acquatici nelle fontane lasciandoli a morte quasi sicura. Chiediamo ai cittadini di vigilare e denunciare”. I milanesi sono buoni, accoglierebbero pure i profughi negli oratori, come chiede il card. Scola. Ma nell’attesa, si accontentano di salvare pesci e tartarughe.

 

E’ quando si esce dal buonismo animale e si passa al regno inanimato dei mattoni che le cose si fanno più complicate. Il sole splende alto, la canicola si è un po’ attenuata e c’è ancora qualche mese di luce prima che sui padiglioni di Expo cali il buio. Ma i tempi delle grandi scelte si fanno stretti. Bobo Maroni incalza il comune con le sue proposte per il “Fast post Expo”, misure per non lasciare passare anni prima che si decida il da farsi. Tra le idee più semplici, la riconversione dell’Expo Center e del Padiglione Zero in biblioteche e sale espositive, poi quella di utilizzare degli edifici del Cardo per uffici pubblici (niente abbattimenti, dunque, come pure si salverebbero la Cascina Triulza, Palazzo Italia e l’Auditorium. Dal canto suo, Piasapia è fiducioso del suo “piano A”. La scorsa settimana è stato a Palazzo Chigi per stringere la accordi sull’impegno di governo, Agenzia del demanio e Cassa depositi e prestiti sulla destinazione futura dell’area di Expo. Guadagna terreno l’idea di costruire un “parco pluritematico di intrattenimento” sul 50 per cento del sito, e soprattutto l’impegno per costruire lì il nuovo campus universitario (Statale e Politecnico). L’idea del campus è la più gettonata: ieri anche Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda, l’ha benedetta su Rep., spronando tutti all’immancabile “fate presto”. Il vero a-tout del progetto, e Pisapia lo sa, è che così Arexpo, la società che possiede l’area, trasferirebbe l’onerosissima patata bollente della ricostruzione allo stato. E felici tutti.

 

L’altra patata onerosa è il bilancio della costituenda Città metropolitana. E anche qui la questione è immobiliare. Con il nuovo decreto sugli enti locali testè approvato, le Città metropolitane hanno ottenuto di spostare al 30 settembre la presentazione dei bilanci, che sono buchi senza fine. Milano punta a recuperare 190 milioni. Come? Attraverso la vendita di immobili. Se ne sta occupando, da consigliere delegato al Bilancio, il sindaco di Rho, Pietro Romano (Pd). Per ora è in dirittura d’arrivo la cessione all’Autorità dell’Energia di un immobile in Corso di Porta Vittoria (39 milioni). Il resto, tra cui due caserme e il palazzo della Prefettura, saranno messi a bilancio come “vendibili” allo stato, che ora paga solo un affitto, liberando risorse da investire nelle infrastrutture. Il decollo della Città metropolitana è una faccenda troppo delicata per lasciarla senza quattrini.

 

Salvini o non Salvini, Giafar Buttafuoco sbarca a Milano. L’insensata polemica che ha visto come vittima sacrificale Giafar al Siqilli, al secolo Pietrangelo Buttafuoco, reo (reo?) di essere un cittadino italiano e dunque soggetto eventuale di elettorato passivo per la carica di presidente della Regione Sicilia, è arrivata fin qui al nord. Ricapitolando. Matteo Salvini aveva detto che Giafar al Siqilli sarebbe il candidato perfetto per “écraser l’infâme” Rosario Crocetta e sostituirlo. Giorgia Meloni, che nel nuovo assetto verde-nero va di solito d’amore e d’accordo con Salvini, non ha perso l’occasione per una minzione extra moenia: “Ma ci rendiamo conto del messaggio culturale, prima ancora che politico, che daremmo al mondo? Sarebbe il messaggio di un cedimento culturale ai quei fanatici che vorrebbero sottomettere noi infedeli”. Ora però spunta Vincenzo Sofo, consigliere di Zona per la Lega nord, che dal suo blog La carte de vin sposa la causa di Giafar: “Il padano secessionista e il siciliano musulmano che trovano un punto di convergenza per lanciare una battaglia comune, proponendo un fronte identitario trasversale… questo fa tremare di paura la Meloni e i suoi colonnelli: pensavano di godere in eterno del monopolio dei temi identitari”. In Sicilia non si sa, ma se Giafar ha voglia di candidarsi a Milano, noi lo aspettiamo.

 

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