Giusti e giardini

L’incredibile polemica contro il progetto (sensato) di risistemare la Foresta dei Giusti di Milano

Gardens of the Righteous Worldwide, la Foresta dei Giusti, più famosa con l’acronimo Gariwo, è stata fondata a Milano nel 1999 da Gabriele Nissim, storico e saggista, autore tra l’altro di “Il tribunale del bene: La storia di Moshe Bejski”, dedicato al fondatore dello Giardino dei Giusti allo Yad Vashem a Gerusalemme, da Pietro Kuciukian, medico e attivista della comunità armena e da altre personalità milanesi. Il 24 gennaio 2003 Gariwo ha inaugurato il Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano, lungo un viale alberato che da allora si chiama per l’appunto Viale dei Giusti e risale il Monte Stella, la collinetta artificiale formata dagli Alleati con macerie dei bombardamenti e delle demolizioni del Dopoguerra, e che per i vecchi milanesi è ancora la Montagnetta di San Siro. Il Giardino dei Giusti di Milano è nato ispirandosi ovviamente al giardino e museo Yad Vashem, ma intendendo allargare la qualifica di Giusto a qualsiasi “difensore” che si sia impegnato contro qualsiasi genocidio. Nel 2012 il Parlamento europeo, su un’iniziativa di Gariwo, ha istituito la Giornata europea dei Giusti. E dal Giardino di Milano sono nati, su ispirazione, luoghi analoghi a Praga, Yerevan, Sarajevo. Non tutti, a Yed Vashem, condivisero la scelta dell’allargamento, avrebbero preferito riservare l’immagine del Giardino (a ogni nuovo Giusto, il Giardino di Milano dedica ogni anno un cippo in granito e un albero di pruno) ai soli Giusti della Shoah. Ma sono dibattiti passati, che hanno poco a che vedere con le recenti polemiche che stanno scuotendo il Giardino.

 

Dodici anni dopo, il Giardino dei Giusti di Milano è cresciuto, ma in modo spontaneo e col tempo s’è un po’ inselvatichito – targhe arrugginite ed erbacce, nessuna segnaletica – e avrebbe bisogno di manutenzione, e di un’idea per il suo futuro. “Purtroppo chiunque oggi passeggiasse lungo il Viale dei Giusti si accorgerebbe che il Giardino non è così bello e armonioso”, ha scritto ieri Gabriele Nissim sulle pagine milanesi di Repubblica. Ma qui iniziano (anzi sono iniziati da tempo) i pasticci. I promotori del Giardino hanno perciò commissionato (l’architetto è Stefano Valabrega) un progetto di risistemazione dell’intera area. L’idea nuova è la costruzione di un piccolo anfiteatro dove le persone possano sostare, ma soprattutto a disposizione delle numerose scolaresche che visitano il memoriale e dei loro insegnanti. Presentato all’inizio di marzo, autofinanziato da Gariwo e da una sottoscrizione pubblica e senza oneri per il comune, il progetto ha sollevato però un muro di polemiche. Piccole storie d’accademia, per cominciare, che intendono tutelare senza stravolgimenti il lavoro di Piero Bottoni, i grande architetto che progettò per il QT8 (Quartiere Triennale 8) di Milano, realizzato subito dopo la guerra e realizzò il progetto della Montagnetta. Così i responsabili dell’Archivio Bottoni del Politecnico di Milano hanno chiesto al comune che il progetto, che modificherebbe l’area, sia respinto: “Nel lungo elenco dei luoghi che a Milano, specie in periferia, avrebbero bisogno di una cura energica, non figura certo il Giardino dei Giusti: quel luogo ai piedi del Monte Stella ha già una precisa connotazione, una qualità alta che richiede solo di essere tutelata”. Poco dopo è spuntato l’immancabile appello firmato da una trentina di urbanisti, architetti e intellettuali vari, tra cui l’onnipresente Salvatore Settis, Carlo Bertelli, Vivian Lamarque e il vicepresidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena. Si schiera contro pure il Comitato abitanti amici del Qt8. Messaggio: questa è una foresta di cippi e alberi, e “non una foresta di muri”, e l’immancabile denuncia del “paesaggio stravolto”. Insomma la consueta campagna italiana tra il conservativismo e l’immobilismo puro per “salvare il verde sul Monte Stella”.

 

Ma ciò che sconcerta di più, è la piega inopinatamente politico-ideologica che la vicenda del progetto del Giardino ha preso. Come ha notato sul Post un intervento di Francesco M. Cataluccio: “La cosa più grave è che si contesti la funzione ‘pedagogica ed educativa’, e di ‘luogo di meditazione’”, sostenendo che “deve essere ‘soltanto un Giardino’ perché altrimenti si rischierebbero delle ‘forzature pedagogico-politiche’”. Il progetto, secondo i critici, sarebbe pieno infatti di “forzature tra il pedante, il didascalico e il paternalistico”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi