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Quanti sono e quanto costano gli “invisibili” di Milano (e chi paga). I profughi che non vogliono asilo

Mercoledì sera ne hanno contati 575 solo in Centrale. Altri duecento hanno trovato da dormire nelle strutture comunali. Da inizio 2015 ne sono arrivati oltre 10 mila, ma nessuno si ferma. Mentre si discute di quote e di Europa (l’Europa manda tanti saluti), Milano si conferma la capitale italiana di migranti, profughi e clandestini. Sono 64 mila dal 2013. Siriani ed eritrei, soprattutto. La loro caratteristica, più che etnica, è di non essere “quelli del Viminale”. I migranti identificati e trasferiti in base alle famigerate quote sono una minima percentuale, e per la maggior parte vengono smistati in provincia o in altre zone della regione. Quelli di Milano sono gli “spontanei”, cioè persone non controllate da nessuno al loro arrivo in Italia. “O per meglio dire, sono gli ‘invisibili’ al Viminale”, dice Gabriella Polifroni, portavoce di Pierfrancesco Majorino, assessore sinistra Pd ai Servizi sociali: “Sono invisibili perché non chiedono asilo, non si fanno registrare, spariscono dai Cara o dai porti e in pullman o in treno arrivano a Milano. Destinazione Europa, via passeur. Per capire il fenomeno: su 64 mila arrivi, in due anni a Milano ci sono state solo 270 richieste d’asilo”. I siriani sanno quasi sempre dove andare, da chi farsi portare. Ora però gli eritrei sono in aumento, e sono “più fragili, meno gestibili”. Spesso non hanno mete affidabili, si fermano di più. Il flusso medio delle ultime settimane è di 820 persone al giorno. Nuclei famigliari per lo più. I centri del comune e delle onlus sono pieni, il mezzanino della Centrale brulica come capitò solo nell’estate 2013.

 

La notizia politica è ovviamente un’altra. Bobo Maroni, governatore lombardo, è diventato anche un player attivo, molto attivo, nelle dinamiche della politica cittadina che si prepara alle elezioni del 2016. Martedì ha ufficializzato il suo progetto sul reddito di cittadinanza regionale. Sarebbe pronto già da ottobre, non si sa per quanti e se si tratterà di un assegno da 700 euro al mese, ma è sicuro che non sarà per gli immigrati. Giusto per rincarare il concetto espresso domenica, la minaccia di tagliare i fondi regionali ai comuni che accolgono i migranti spediti da Roma. Una polemica tutta politica (“solo una sparata elettorale”, secondo Majorino), visto che i soldi non arrivano dalle regioni.

 

Già, chi paga allora? E’ la domanda che si fanno tutti. Secondo lo storico esponente della destra milanese a Palazzo Marino, Riccardo De Corato, la beneficenza ai profughi sarebbe costata alle casse comunali qualcosa come 12 milioni in due anni. Dire che a Palazzo Marino si siano irritati, è dire poco: il conteggio, spiegano, è tutto sballato. Le cose funzionano invece così: i soldi per assistere i migranti giungono dallo stato, e non dalle casse del comune, attraverso la prefettura e in base a un protocollo d’intesa. Il comune fa più che altro da garante, poi i soldi vengono girati agli operatori (terzo settore) che nel concreto assistono le persone. Sono 11.573.457 euro, Majorino fa il preciso, “tutti di provenienza statale con cui l’Amministrazione ha provveduto al mantenimento di servizi comunali per l’immigrazione e ha fatto fronte con il terzo settore e altri enti all’emergenza profughi”. (Per la precisione: i fondi statali vincolati dalla prefettura per l’accoglienza dei profughi temporanei al 2014 sono 7 milioni 545.000; a marzo 2015 1,8 milioni di euro). I soldi direttamente spesi dal comune sono invece pochi. Sono 290 mila euro stanziati in base a una delibera della giunta Moratti del 2010, votata anche da De Corato, per dare sostegno agli “adulti in difficoltà”: persone tra i 18 e i 60, anni italiani o stranieri. Diversamente che per il governo nazionale, che le risorse deve trovarle e distribuirle davvero, a livello locale la polemica sui costi della nuova ondata di profughi ha dunque un valore puramente politico, tendente allo strumentale. Ma l’onda d’urto dei governatori del nord sull’opinione pubblica non è di poco impatto. Al di là della solidarietà, l’emergenza di queste ore alla Centrale – dopo 108 casi scabbia, la regione ha acconsentito a istituire un presidio medico sanitario fisso, richiesto da mesi dal comune – è difficilmente gestibile dalla giunta Pisapia, per quanto in questo benemerita, anche a livello di immagine. Non è un caso che il sindaco sia preoccupato: “Non si può pensare che Milano da sola, o con pochi altri comuni, risolva un problema epocale”.

 

Odiati-amati qui come in qualsiasi città del mondo, writer e street artist sono ospiti di Milano sabato e domenica, alla terza edizione di Street Players, una jam session di artisti di strada, di chiara o oscura fama (300 in tutto gli invitati), che dipingeranno ben tre chilometri del muro dell’Ippodromo del galoppo di Milano, un lungo tratto di strada da sempre in bilico tra degrado di periferia e varia creatività.

 

Riaprire i Navigli costa 406 milioni ma si può fare, dice il Politecnico. Che ha consegnato al comune uno studio di fattibilità (900 pagine) onnicomprensivo, dall’idrologia alla viabilità, dall’archeologia all’urbanistica. La cosa più interessante è la stima economica sulla “profittabilità” per le attività commerciali e sull’incremento dell’attrattività turistica, misurabile secondo lo studio in 800 milioni di euro.

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