Cantonate

L’incredibile e triste storia della Pietà Rondanini e di quelli che non la volevano spostare

Non ci sono solo quelli che spaccano le vetrine, a Milano. Tranquilli, non parleremo un’altra volta di spazzoloni e senso civico: era per dire che ci sono anche altri modi di mettersi di traverso al comune senso del bene comune, partendo dalla pretesa – tutta da dimostrare – di avere ragione, e cacando dubbi su ogni vetrina. In questo senso, la storia della Pietà Rondanini e del suo nuovo allestimento espositivo al Castello sforzesco sta diventando un piccolo ma significativo caso di scuola. Ieri Raffaele Cantone, il giudice capo dell’Autorità anticorruzione, ha fatto pervenire al comune di Milano una richiesta di documentazione a proposito di una mancata gara d’appalto per i lavori, che il comune ha evitato procedendo attraverso delibere di varianti. Inizialmente infatti (2010), i lavori deliberati riguardavano solo il restauro dell’Ospedale spagnolo, un’ala del Castello. Quando poi (2012) venne presa la decisione di traslocare nell’Ospedale spagnolo il capolavoro di Michelangelo, con i lavori relativi, i casi erano due – come ha spiegato al Corriere, apertis verbis, l’assessore ai Lavori pubblici Maria Carmela Rozza: o procedere in fretta ed essere pronti per Expo, o rifare la trafila di una nuova gara d’appalto. Il comune scelse la prima via. Cantone chiede le carte. Atto dovuto, come si dice

 

Paradossalmente, l’iniziativa di Cantone  dà fiato a quanti contestano, con motivazioni storiche e culturali non proprio ecosostenibili, diciamo, il trasloco. Il cui scopo – e i numeri dei  visitatori nei primi giorni di apertura stanno dando ragione alla nuova location – è quello di dare migliore visibilità al più importante capolavoro d’arte di Milano, assieme al Cenacolo. Ad esempio Vittorio Sgarbi strilla da tempo che lo spostamento della Pietà è stato fatto senza le autorizzazioni necessarie. E si dice pronto a sporgere denuncia nonché “a riportarla al suo posto” con le sue mani. Del resto il ministero dei Beni culturali s’era già mosso, con lento passo da burosauro, qualche settimana fa. Il direttore Francesco Scoppola aveva scritto alla sovrintendente milanese, Antonella Ranaldi, chiedendo di “procedere con la massima urgenza alla verifica dell’iter” per capire su quali basi fosse stato deciso il trasloco dal luogo in cui la Pietà era posta dal 1958. Iniziativa, quella del Mibac, formalmente corretta ma priva di motivo, dato che l’operazione era stata gestita in accordo tra comune e soprintendenze. Può darsi che qualche accademico avverso al nuovo sito avesse deciso di svegliare il can che dorme, inteso il ministero, dove poi qualcuno si sarà sentito tardivamente urtato da un forse poco diplomatico non stretto coinvolgimento, diciamo così, da parte milanese.

 

Non c’è solo il rodomontico Sgarbi, anche un critico pacato come Philip Daverio è sempre stato tra i contrari. L’allestimento del 1958 è in effetti opera di valore storico di uno dei più famosi studi di architettura di Milano, i BBPR (Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers). Secondo Daverio e altri, è un crimine perdere quella memoria. Per darla in pasto ai turisti, poi. Va detto che anche quando i BBPR realizzarono il loro progetto dichiararono di aver voluto sottolineare “una funzione didattica popolaresca facilmente accessibile alle masse e furono accusati di tradimento dell’opera d’arte e di essere “registi invadenti”. La verità è però che l’allestimento BBPR non aveva più i crismi dell’autorialità da rispettare con furore filologico, in quanto era stato già modificato, ad esempio con l’aggiunta di altre sculture non previste, rovinando così “l’effetto BBPR”.

 

L’assessore Rozza rischia, molto in teoria, un accusa per abuso di ufficio. Al Corriere non solo ha difeso il suo operato, ma ha criticato l’effetto perverso di certi meccanismi di legge fatti pensando “di impedire la corruzione creando così un combinato disposto di eccesso di burocrazia”. Cantone ovviamente applica delle procedure, ma a volte il combinato disposto di un sistema di controlli che penalizza oltremodo le decisioni politiche e di purismo culturale produce un blocco nero delle buone cose che pure si fanno.

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