Bilancio dell’Expo

Il bizzarro qui pro quo del mancato invito di Letizia Moratti all’Expo nel giorno dell’inaugurazione (“ma veramente qualcuno può immaginare che non la invitiamo?
Bilancio dell’Expo

Il bizzarro qui pro quo del mancato invito di Letizia Moratti all’Expo nel giorno dell’inaugurazione (“ma veramente qualcuno può immaginare che non la invitiamo? Gli inviti non sono ancora partiti, ritengo partano domani”, ha risposto, basìto, il commissario unico Giuseppe Sala) è una di quelle lucciole scambiate per lanterne che però permettono di illuminare il paesaggio prima della battaglia. O dopo la catastrofe, a seconda di come lo si guardi. Il 1° maggio si comincia, e saranno passati esattamente sette anni e un mese da quel 31 marzo 2008 in cui la missione italiana al Bie si aggiudicò, contro gufi e pronostici, con 86 voti contro i 65 di Smirne, l’Esposizione universale. E’ tempo di fare un bilancio. Il sindaco Moratti commentò con un certo candore: “Sono contenta per la città, ma anche per tutto il mondo”. Nel che, c’era tutto l’ottimismo e la naïveté di un progetto fatto in fretta e fantasia, il cui tema-specchietto per le nazioni, “Nutrire il pianeta, energia per l’ambiente”, era un sacchetto di semi un po’ terzomondista (i voti dei paesi africani) e molto Carlin Petrini per un contenitore assai difficile da riempire. Poi cambiò tutto, la nuova governance prosciugò per prima cosa l’acqua per gli orti in stile Terra Madre, e di dare forma al nucleo tematico di Expo non si è occupato più nessuno. Capita.

 

Lo scontro per chi dovesse fare e comandare è durato anni. Il tira e molla tra il sindaco, il governatore Formigoni, il presidente della provincia Filippo Penati fu estenuante. A Roma, gli investimenti passavano dalle mani di Giulio Tremonti, che non voleva mollare la borsa e il potere di veto. I tempi per gli investimenti si allungavano a dismisura, il tempo per i progetti infrastrutturali si accorciava. I progetti verdissimi e le “vie d’acqua” di Moratti sono svaniti subito. In compenso le grandi vie di ferro e asfalto hanno stentato. Se Milano è ancora un cantiere, se la metropolitana 5 sarà aperta, ma solo un po’, se la linea 4 non è mai nata, si deve anche a quei ritardi. Moratti ha dovuto attendere il 2010 per ottenere i poteri speciali. Poi è arrivato Giuliano Pisapia, che s’è caricato malvolentieri la croce da commissario. A Expo prima ci fu Paolo Glisenti, scelto da Moratti, Luigi Stanca è stato ad dal 2010 al 2012, poi è arrivato Giuseppe Sala. Ormai mancavano tre anni.

 

La grana maggiore sono stati i terreni (famiglia Cabassi e Fondazione Fiera). Un intrigo, ma non internazionale. Nel dossier di candidatura stava scritto che Expo avrebbe usato l’area a titolo gratuito, “l’accordo è già stato siglato”. Una scrittura privata prevedeva la cessione temporanea delle aree per poi riaverle “premiate” da nuovi indici di edificazione. Qualcosa non funziona, e nel 2010 Formigoni propone  una società di scopo partecipata, Arexpo (Regione, Comune e Provincia), per acquistare i terreni. Verranno acquisiti solo nel 2011, il valore molto cresciuto. Che farsene, dopo l’Expo, non è ancora chiaro. Ma intanto mancavano quattro anni. Se il Padiglione Italia sarà “non finito, ma visitabile”, qualche motivo c’è.

 

Poi sono venuti gli scandali (non granché) gli arresti, il commissario Cantone e le solite chiacchiere di legalità. Ma ora c’è l’Expo, tutto tace. Dopo novembre (si sussurra e si grida) si vedrà. Comunque vada, sarà un successo.

 

La Pietà Rondanini di Michelangelo ha una nuova casa, non senza futili polemiche. L’evento è grande. Si inaugura al Castello Sforzesco il 2 maggio. Forse-non-tutti-sanno-che, ma il secondo capolavoro universale della città, assieme al Cenacolo, giunse che a Milano nel 1952, acquistato dal comune attraverso una sottoscrizione popolare. Senz’altro molti (non solo i turisti) non hanno mai saputo che a Milano sia pure esposta. Eppure il meraviglioso non finito cui Michelangelo lavorò fino alla morte, al Castello aveva ricevuto sùbito degnissima collocazione. Un allestimento di valore storico progettato da uno dei più famosi studi di architettura di Milano, i BBPR (Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers), quattro mostri sacri. Passati i decenni, quella collocazione è diventata una specie splendida gabbia, che ha tolto visibilità (e pubblico) alla Pietà. Così l’idea di spostarla nell’ex Ospedale Spagnolo, sempre nel Castello ma in posizione più appetibile, era venuta a Stefano Boeri, pure architetto, e per breve tempo assessore alla Cultura con Pisapia (sugli scazzi tra i due, cfr. il Corriere degli due giorni scorsi). Boeri aveva avuto anche un’altra non brutta idea: spostare la Pietà, durante il periodo dei lavori per il nuovo sito, nel carcere di San Vittore. Apriti cielo. Non se ne fece nulla. Il progetto di dare nuova casa alla Pietà è invece proseguito. Ma le critiche si sono rinnovate di recente, starring soprattutto Vittorio Sgarbi, che ha accusato lo spostamento di una nuova fattispecie di reato, la lesa storia dell’architettura milanese, e c’è chi ha chiesto al Mibac il solito intervento fuori tempo massimo per bloccare il trasloco. Che invece permetterà alla Pietà di attirare le migliaia di visitatori che merita. Il nuovo allestimento (di Michele De Lucchi) permette di vedere, entrando, la Pietà da una prospettiva diversa dal vecchio allestimento, cioè da dietro: la Madonna che si curva su Gesù, e sembra proiettarsi in avanti. Commovente.

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