Pasquettari

Cose da fare fuori porta e in città per santificare il lunedì dell’Angelo e lustrarsi gli occhi
Pasquettari

Teodolinda regina dei longobardi fu donna bellissima e di grande temperamento, fondò il duomo di Monza e fu venerata alla stregua di una beata, anche se il culto non fu mai ufficializzato dalla chiesa per certi dubbi, pare, relativi alla morte del primo marito. Stoffa bastante ce n’era comunque affinché le fosse dedicata, secoli dopo, una cappella nel duomo di Monza, a fianco dell’altare maggiore, splendidamente affrescata tra il 1441 e il 1446 dai fratelli Zavattari, maestri del tardo gotico con bottega a Milano. Un gioiello di prima grandezza del gotico internazionale, seppure a lungo sottovalutato e poco noto al grande pubblico. Almeno fino a oggi, cioè fino al restauro dell’intero ciclo durato sei anni e da poche settimane concluso, unanimemente valutato dagli esperti come uno dei migliori lavori, per concezione e tecnica, mai realizzati. Così sono tornati a brillare d’oro e di colori le 45 scene della vita di Teodolinda, con la loro folla di 800 personaggi, liberamente ispirate alla “Historia Langobardorum” di Paolo Diacono e al “Chronicon Modoetiense” di Bonincotro Morigia. Più di metà delle scene (ben 28) sviluppano l’argomento dei due matrimoni di Tedolinda, con il re longobardo Autari e poi con Agilulfo, principe di Torino. Una centralità inusuale che ha ovviamente un perché: il travaso storico del tema sponsale, con tutti i suoi significati in codice, era un omaggio a Bianca Maria Visconti, erede del ducato di Milano, sposa proprio nel 1441 di Francesco Sforza, il nuovo uomo forte, per sancire l’avvenuta alleanza tra le due famiglie. Il gaio e paganeggiante clima del Quattrocento milanese giustifica le scene di vita di corte, di battute di caccia, di danze e banchetti non proprio frequenti in una cappella votiva all’interno di una chiesa. Fino ad aprile si può visitare il ciclo degli Zavattari salendo sui ponteggi utilizzati per il restauro, e godersi lo spettacolo vis à vis. Tocca prenotarsi.

 

“Italia Inside Out” a Palazzo della Ragione è l’indirizzo che chi non voglia allontanarsi dal Duomo di Milano, invece, non deve perdersi. Una grande collettiva di fotografia (500 le immagini nel totale) dedicata all’Italia. Ampia la mostra, non enorme lo spazio (ma anche per motivi di concetto e ideazione, of course) la mostra è in “due turni”. Fino al 21 giugno sono esposte le immagini di alcuni tra i più grandi fotografi italiani, da Gabriele Basilico a Gianni Berengo Gardin a Ugo Mulas. Dal 1° luglio al 27 settembre ci sarà l’Italia vista dall’occhio di fuoriclasse stranieri come Henri Cartier-Bresson, William Klein, Sebastião Salgado.

 

L’abbazia cistercense di Morimondo nella Bassa milanese, ora parco del Ticino, è una delle perle che il monachesimo medievale ha regalato a Milano plasmandone il territorio e l’economia, ma anche contrassegnando in profondità lo spirito della chiesa ambrosiana. Per la bellezza del luogo e dell’architettura è anche una perfetta gita fuori porta, ben nota ai milanesi. Quel che non tutti sanno è che, fondata nel 1134 da monaci francesi seguaci della riforma di Cîteaux, l’abbazia lombarda oggi non ci sarebbe più, o non sarebbe lo splendore vivo che è, se non fosse per la passione e il lavoro di una persona in particolare, l’architetto Alessandro Rondena. Di Abbiategrasso, innamorato di quel luogo e della sua storia di fede, fu lui il primo a scommettere in spe contra spem sulla possibilità di restaurare e salvare nel suo valore d’uso il complesso, quando corse il rischio di essere venduto e trasformato in edilizia residenziale. Così dal 1982 al 2008 si sono svolte magnifiche campagne di restauro, attente a riconoscere e valorizzare tutte le tracce storiche e artistiche e i significati religiosi dell’abbazia. Sandro Rondena, che si considerava un discepolo ideale di Antoni Gaudí e che a questo lavoro ha dedicato la vita, è morto qualche settimana fa. Morimondo significa “morire al mondo”, cioè, nel linguaggio ricco di simbologia dei monaci medievali, “vivere da risorti”. Pasquale.

 

Sulla strada che mena all’Expo, ma senza uscire dalle mura automobilistiche della città, c’è un luogo quasi sconosciuto. E’ la Certosa di Garegnano, trecentesca, un tempo immersa nell’umida campagna occidentale, sufficientemente selvatica per ospitare pure un’anima in pena come Francesco Petrarca. Oggi è circondata e letteralmente semisepolta dai viadotti e dai raccordi multicorsia delle tangenziali. Insomma ci si passa quasi sopra e non la si vede. Invece molto c’è da vedere, soprattutto i dipinti di Daniele Crespi, gran secentista del barocco milanese. Ci si arriva in tram.

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