Citofonare Expo

Cibo e sesso. L’invasione delle sex worker per completare l’evento, tra business e illegalità

Esiste un’icona più Expo friendly della Ninetta del Verzee? La creatura in ottava rima di Carlo Porta sfamava anche lei a suo modo il pianeta, tra il banco del pesce e l’antico mestiere: “Bravo el mè Baldissar! bravo el mè nan! / l’eva poeù vora de vegnì a trovamm... /  T’el seet mattascion porch che maneman / l’è on mes che no te vegnet a ciollamm?”. “Bravo il mio Baldassarre, bravo il mio ometto / era poi ora di venirmi a trovare… / lo sai mattacchione porco che è quasi un mese che non vieni a ciurlarmi?” (“ciurlarmi” è milanesismo, normalmente nelle traduzioni trovate incongrui regionalismi foresti). Il Verziere (ora si chiama Largo Augusto, cfr. il Monopoli) era l’antico mercato della verdura, dove però la povera Ninetta teneva il banco del pesce, fondaco di sconce allusioni che la Ninetta, prima di essere iniziata alla vita, proprio non comprendeva. Che cosa c’è di più legato alla food culture milanese di questo luogo? E, volendo, anche di più letterariamente collegato a un altro filone di soddisfazioni del corpo. Poiché l’uomo non è solo ciò che mangia, l’Expo 2015 che va a cominciare sta alimentando anche altri commerci, per altre soddisfazioni, che promettono di incrementare i fatturati del “volano Expo” ma allarmano un po’ le forze dell’ordine.

 

In arrivo c’è un esercito di sex worker, come si dice oggi che Carlo Porta è classificato tra gli autori stranieri. Di ogni ordine e grado, stile di vita e d’esercizio. Una stima per difetto di quindicimila professioniste in più di quelle normalmente in attività, la maggior parte con provenienza comunitaria dall’est europeo, secondo il Coordinamento lombardo antitratta, preso in seria considerazione dalle istituzioni. Il fenomeno della stagionalità legata ai grandi eventi non è nuovo. Ai Mondiali 2006 in Germania, tanto per stare nell’Unione, si misero al lavoro quarantamila prostitute in più rispetto a quelle residenziali e regolarmente censite. Il giro d’affari è ragguardevole. L’unico problema è che è illegale, oltre che esentasse. E l’infiltrazione malavitosa inevitabile. L’assessore cittadino al Welfare, Pierfrancesco Majorino, stima un raddoppio delle circa settemila donne che esercitano per la strada. Si cercherà di arginare, non è chiaro come. Preoccupazioni anche nel mondo del volontariato che si occupa, di solito, non delle worker di fascia lusso, che se la cavano da sole, ma delle vere e proprie schiave dei racket malavitosi. Pochi giorni fa la Caritas Ambrosiana spiegava che anche in condizioni normali a Milano ogni anno arrivano 800 nuove ragazze destinate alla strada.

 

C’era un posto a Milano che si chiamava Porta Tosa, ed è un altro antico simbolo indiscreto del rapporto della città col sesso. Le sex worker in arrivo stanno alimentando anche il mercato immobiliare. Il Corriere qualche settimana fa raccontava dei numerosi annunci che recitano “bilocale zona Loreto discreto pulito silenzioso ideale per massaggiatrici ed escort 500 euro la settimana. Nessuna cauzione richiesta. No agenzie”. Ma basta chiedere a un agente immobiliare e, facendo l’aria del vago, vi confermerà. E’ improbabile che i picchi dell’immobiliare a luci rosse del semestre Expo si concentrino nell’antica zona di Porta Tosa. Ma anche la storia vuole la sua parte. “Tosa” non stava per “ragazza”, come molti credono, ma per “tonsa”, perché lì sulla porta stava un bassorilievo del XII secolo che raffigura una donna intenta a rasarsi il pube. Non s’è mai capito se fosse una raffigurazione di scherno della moglie del Barbarossa, o un’allusione a pratiche punitive medievali non proprio allineate alla correctness tra i generi. Sta di fatto che a lungo fu per i milanesi maschi meta furbescamente allusiva, finché un arcivescovo decise di rimuovere l’immagine, in ottemperanza all’ambrosiano senso del pudore. Ora la to(n)sa è conservata nella sala VI del Castello Sforzesco, un po’ in disparte, e passerà inosservata alle folle dei turisti di Expo, pure a quelli a caccia di sex worker. Resta che l’antica Porta Tosa ora si chiama Porta Vittoria e, in linea d’aria, non è distante dal Corso di Porta Vittoria, dove ha sede il Palazzo di giustizia da cui Ilda la Rossa, con l’occhio arcigno di un vescovo medievale, teneva sotto controllo i presunti mercimoni carnali tra il contado di Arcore e via Olgettina, anch’essa alquanto fuori porta. Dove andranno le “tose” di Milano non si sa. Ma nel dubbio vigilare, orecchiare.

 

Weekend di Book Pride, un centinaio di piccoli editori indipendenti da tutta Italia si ritrovano, si espongono, discutono e si lasciano incontrare. “Riserva naturale di bibliodiversità”. Ai Frigoriferi Milanesi, luogo intelligente, da oggi a domenica.

 

“Milano città aperta” è il libro in cui Giuliano Pisapia racconta la sua “nuova Milano”, quella nata dalla vittoria della coalizione arancione contro Letizia Moratti nel 2011. Cicli che si chiudono, la versione del sindaco. Pubblica Rizzoli. Il 15 aprile.

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