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Come si dice “primarie” in lumbard

Perché non sarebbe male scegliere in modo nuovo il candidato del Pdl alla successione di Formigoni

La decisione di Roberto Formigoni di portare a Roma la voce del nord lascia vuota la poltrona più alta del Pirellone. Si tratta di un incarico di prestigio e di potere, che consente a chi lo occupa di interpretare i sentimenti e gli interessi della parte più dinamica del paese. Proprio per questo, in un momento di grandi smottamenti politici, una sana scossa tellurica dovrebbe investire Milano: Cavaliere, proclami le primarie nel centrodestra. Sarebbe una benefica “rupture” – per la Lombardia e per l’Italia – che restituirebbe alla politica quel legame col territorio che sembra essersi sfilacciato. E’ vero: vi sono mille ragioni di opportunità politica per non imboccare questa strada. Su tutte, l’autocandidatura pesante di Roberto Castelli. L’ex ministro leghista ha dietro di sé una Lega non proprio compatta – si dice che i rapporti con Roberto Maroni non siano idilliaci – ed è senza dubbio persona solida e capace. Proprio per questo, non dovrebbe temere il confronto con la base. E poi la Lega andrebbe ormai considerata per quello che è, lo spettro di se stessa, lo strascico di un vecchiume di cui il Nord non ha più bisogno (lo dimostra il fatto che la battaglia centrale del Carroccio sia oggi la difesa di Malpensa, simbolo di una Padania assistita e clientelare più che di una regione produttiva e antistatalista nelle viscere). Se è vero che il 2008 è l’anno delle novità, allora il Pdl dovrebbe fare la sua parte laddove è protagonista indiscusso, dove possiede un serbatoio di voti e la benzina delle idee. Forse dalle primarie potrebbe uscire la consacrazione di Castelli. Forse un nome nuovo. O forse il ritorno di qualcuno che ha ancora molto da dare. Chi ha paura delle primarie?

di Carlo Stagnaro

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