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ArchivioUna fogliata di libri

"Le donne perdonano tutto tranne il silenzio" di Rosa Matteucci

Giunti, 122 pp., 12 euro

Cristo stavolta non si è fermato a Eboli ma ai margini di un set: il film non si farà mai, ma attorno a una strana croce per comparse profetiche la vita è sogno, incubo, scherzo beffardo, riflessione scanzonata, dramma d’amore e autoironia feroce sulla vecchiaia femminile che si spiana la strada a forza di caldane e cedimenti, senza rassegnazione, puntando dritta all’esempio della vecchina dispettosa che rovescia pentole e guarda tutti dall’alto di un dirupo. La scena – non solo onirica – del romanzo di Rosa Matteucci è questa, ma dietro ci sono almeno quattro vite, più o meno in stallo, più o meno al buio, più o meno pronte al momento di autocoscienza e riscatto. Ci sono due donne, una giovane l’altra meno giovane, una attrice l’altra giornalista freelance, e due uomini di mezza età, uno regista l’altro direttore della fotografia. Due donne che fino a ieri erano disposte a tutto per l’amore avaro riservato alle amanti, e due uomini variamente perdenti, ma apparentemente in una posizione di forza. C’è, in questa storia, il caso capriccioso e la volontà ferrea, la solitudine e l’alleanza che trovi dove meno te l’aspetti. Soprattutto, c’è “l’amore questo sconosciuto” che tormenta, ma non a qualsiasi prezzo, e il problema è trovare il prezzo oltre il quale dire “basta”. Maria riempie di dolore lucido le pagine di un diario che finisce con un giorno del giudizio al supermercato, Marta combatte guerre di posizione con una moglie virago e una nuova pretendente dal profumo insostenibile. Francesco è tronfio fuori e sfatto dentro, Filippo scopre il suo vero mondo oltre l’occhio di un oracolo vestito da cinepresa. Il mistero dell’amore che tutto abbellisce e tutto nasconde, però, ha una data di scadenza, ed è da quel momento che la magia messianica di quel set in disfacimento si manifesta: chi lo sente sotto forma di risveglio (ma davvero quello che amavo è quell’omuncolo mediocre?, si chiede una delle protagoniste), chi sotto forma di voglia di vivere che si scongela (piangere, ridere, farsi abbracciare, tutte cose che Maria non pensava più di poter fare). Ma poi chissà se c’è spazio per soluzioni lineari, finali belli, epifanie, ché basta un autobus bloccato nel traffico di una Genova trasformata in girone dantesco per far capire definitivamente che il silenzio di cui si parla nel titolo è l’unico peccato davvero imperdonabile. Rosa Matteucci gioca con il peggior spauracchio femminile – l’invisibilità per raggiunto limite d’età – e lo ributta addosso ai suoi personaggi sullo sfondo di una giornata in cui un girotondo amoroso viene trasfigurato in passione senza resurrezione e ripartenza surreale di esistenze perdute. Non c’è amore che regga lo stillicidio lento di chi cerca il danno minore, non c’è amicizia senza scontro, non c’è comunicazione possibile oltre il punto in cui la domanda “che ci faccio qui?” si presenta sotto le vesti di una moglie tradita che spinge il carrello della spesa, e però vai a capire, quasi sempre è meglio lei di lui. Chissà come hanno fatto ai tempi di “Cime tempestose”, chissà  oggi Cathy e Heathcliff che farebbero, ci si chiede vedendoli comparire tra le pagine del libro come numi tutelari e folletti impertinenti nell’attimo in cui l’annullamento per un amore impossibile cede il passo alla lenta ma inesorabile reazione per troppo “silenzio”. Solo allora può riprendere il traffico, il pensiero, il cammino, solo allora la folla radunata sotto la finta croce del set può sparpagliarsi, riamarsi, odiarsi, seppellirsi reciprocamente. Solo allora il vento che corre all’impazzata giù per i vicoli di Genova, e giù ancora fino al mare, può accompagnare davvero la consapevolezza che niente potrà ridare la pelle dei vent’anni, ma vuoi mettere quante risate di liberazione.

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