IL FOGLIO .it - Direttore Giuliano Ferrara
accesso abbonati
ArchivioUna fogliata di libri

"Morte di un casanova" di Leonard Cohen

Minimum fax, 537 pp., 16 euro

Scrive poesia e commenta dolore. E' "Morte di un casanova". Rimproveri, racconti, episodi, frammenti: un commentario del suo dolore, uscito nel 1978 e ristampato dalla Minimum fax con traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni. Né gioia né banalmente dolore (anche nel libro la gioia non è mai banale, il dolore potrebbe ma è lo stesso Cohen a smascherarlo). Amore disintegrato, divorato. Dove una sera ti fortifica il desiderio di lei, e tutto il resto dei giorni ti distrugge perché è solo tempo e distanza, schizofrenia dell'amore (ami senza nessun controllo e da una parte all'altra del muro cerchi solo la sua immagine, ne fai un altare, un ventre dove ritornare, un buco per il rifugio). La parte migliore e sublime del peggior Cohen quello profondo, quello intenso, quello violento ed erotico, quello depresso, drogato. Quello che sta bene con sé stesso perché è arrivato talmente oltre da scindere Leonard Cohen scrittore/uomo racchiuso qui in queste 537 pagine. Perduto. Rimasto solo davanti ad uno specchio con il dubbio del Cohen da salvare. Ne cerca la fine e l'inizio. Arrabbiato, perseguitato da quel corpo femminile dove si rifugia, da quella religione che lo tiene incatenato al letto. Una visione perfetta del dolore. Un manuale su quando e come soffrire. Perfetto non perché lo specchio che riflette è pulito ma perché lo specchio è destinato a frantumarsi e Leonard riesce a raccogliere pezzo per pezzo (i pezzi sono il tempo). E nella sua solitudine, in quel castello/casa costruito male, ma che ancora regge, che guarda il passaggio e la morte di un amore. Ma Cohen non ci porta nemmeno più un fiore. E' arrivato alla fine dell'amore ed ha un solo dubbio: non sa davanti alla morte quale abito indossare per una forma umana di paura, se quello vestito bene con il cappello in testa, serio non depresso (piace la parola serietà o un modo di sopravvivere per proprio conto) o quello inginocchiato su una lastra di marmo verso il sacro, con le spalle curve ma forti mentre dietro una donna, che è l'unica cosa che lo rende debole, gli lussa una spalla con quella che a occhio nudo sembrerebbe una carezza. Ma è lussata e c'è il dolore che lo farà rialzare. In "Morte di un casanova" Cohen possiede il trionfo dei perdenti, quello che davanti ad un capolavoro di donna "io sono fatto di lei io le sono inutile. Io sono qualcosa cavato fuori dalla sua bellezza. Io sono il tintinnio delle stampelle di alluminio da cui lei staccava i suoi abiti quando io la facevo diventare forte e rabbiosa con gli insulti più raffinati che riuscivo a escogitare e comunque lei non cadeva e io ho capito con certezza che lei era il Capolavoro della mia mezza età" (La buona lotta) o una scopata di una sera si piega sempre, sempre in ginocchio. Caduto come angelo negli inferi, si rialza nelle fiamme ma con ancora indosso le ali. E cade nel burrone ma non per rialzarsi, cade per vederci il buio. La luce è cosa di altro mondo, la sua luce è la penna. Ma le parole non possono essere rappresentate "la parola farfalla è semplicemente un dato. Non è un'opportunità che ti viene offerta per volare, librarti in aria... Non rappresentare le parole. Non cercare mai di sollevarti dal pavimento quando parli di volare. Non avere paura di essere debole. Non vergognarti di essere stanca. Sei bella quando sei stanca. Adesso vieni tra le mie braccia. Tu sei l'immagine della mia bellezza" (Come recitare poesie). E' il Cohen quello schizofrenico che si adora e contempla in poesia, e si mortifica e si riduce a uomo con palle svuotate nei suoi commenti. E' un modo di vivere estremo (che non vuol dire alla Charles Bukosky). Cohen è oltre, è normalità, è momento, dispersione ritrovamento, Cohen oggi è nonno. Sentire estremo, capire estremo. Delirante se non compreso, schizofrenico all'occhio costante e vicino, perfetto se per tutta una vita ti mantieni dritto su un piede solo. "Ho quasi 90 anni tutti quelli che conosco sono mori tranne Leonard. Lo si può vedere che zoppica con il suo amore" (Esame finale). E' un modo sacro di uscire inermi da quell'esistenza profana. Non uccide l'amore, lo innalza a tal punto da non averne il controllo, ma è l'unico modo per arrivare alla fine. Siete mai arrivati alla fine? Lì si muore, non si uccide l'amore. Si muore. Si cambia pelle come i serpenti. Si scopa per trovare un posto sicuro, qualcosa che ci strappi da quell'egocentrismo che in mezzo alla folla ci rende fieri cadaveri che camminano. Si crea in quel momento, nell'atto intendiamo, ed una parte, quella lenta apatica noiosa monotona banale del quotidiano, muore. Il piacere fatto insieme. Violenta o meno che sia comunque è. E' un Cohen con una pistola puntata alla fronte, davanti allo specchio che sceglie di salvare il Cohen riflesso. E se per Joyce è "mi sembra di esser stato mangiato e vomitato" Cohen si mangia la sua tristezza, divora il suo amore, mastica, al contrario ma mastica. Cohen vive come una formica con l'intensità di un leone. Immagina gocce diverse di pioggia che cadono su spalle diverse in diversi luoghi. Le pensa identiche ma le gocce non saranno mai le stesse, solo la traccia, il solco “non puoi sposare formiche o gocce di pioggia. Io ho dei figli per cui vivere tu hai solo la bellezza". Già, ma Cohen si è "fottuto" anche la bellezza pare.

di Graziella Balestrieri

Sito certificato Audiweb

Web Design: Vai al sito di Area Web     Hosting: Vai al sito di Bluservice     Advertising: Vai al sito della divisione WebSystem del Sole 24 Ore