Rinchiudere un capodoglio in una scatoletta da sardine, ridurre un volume di 822 pagine a un libretto di 152 e per di più piene di figure, restringere la mole da cetaceo del romanzo di Melville alle dimensioni tascabili della Piccola Biblioteca Adelphi sembra – a prove fatte e a “Tentativo” riuscito – perfino troppo facile. Riproporre “Moby Dick” – l’inafferrabile, l’inespugnabile e, detto senza remore, “estenuante” – in uno spettacolo di quindici minuti per quindici spettatori. Trasporre le sue scene da kolossal in un atto unico, riversare il suo mare in una tazzina sembrava, a conti fatti, forse “un po’ troppo corto”.
Per sventare gli eccessi di brevità e semplificazione, per dare appieno la misura di un tentativo impossibile, di un’irresistibile tentazione, due “balenieri involontari” – Matteo Codignola e Roberto Abbiati – si sono armati di tutti gli strumenti che avevano a disposizione. Un arsenale da fare invidia. Vale la pena di insisterci: perché, in due e il più possibile alla svelta, una balena non si affronta a mani nude. Bisognava dunque imbarcarsi con tutti gli strumenti del mestiere. Quale?
Del mestiere di scrivere Codignola, l’autore, rivela tutti i segreti, le malizie artigianali, “le efferatezze editoriali” che fuori dalle officine dei fabbricanti di libri non ci si immagina nemmeno. Da capo dell’ufficio stampa di Adelphi e traduttore e voce di Mordecai Richler – è sua “La versione” italiana di Barney – come di William Langewiesche e Edward Gorey, da cacciatore di titoli e di talenti, conosce infatti i trucchi, i passaggi, i personaggi che nel retrobottega dell’industria culturale trasformano la materia prima in un manufatto finito. Il testo originale in un bene commestibile per chi non ne mastica la lingua. Il genio muto e schivo dello scrittore in una star da tournée promozionale (“il golgota della sua vita professionale”). La croce del lettore stipendiato nella delizia del lettore pagante. La risma informe, spesso enorme, dei fogli dattiloscritti nell’oggetto confortevole e maneggevole che costò lo sconforto e le manipolazioni di un editor. Accanirsi però sul corpo bianco e smisurato di Moby per afferrarne il cuore e la sostanza senza lasciarsi sfuggire proprio nulla e nessuno di coloro che ci avevano messo mano – da Herman Melville al suo storico illustratore Rockwell Kent, a ogni suo traduttore (e come tutti Cesare Pavese) aggrappato presto o tardi alla nuda letteralità e alla prima associazione disponibile, al suo interprete regista e attore protagonista Orson Welles, a ogni suo lettore tentato presto o tardi di mettersi al timone del Pequod per tagliare con le sue rotte le pagine di troppo del romanzo. Tutto questo richiedeva la sapienza di un capomastro e la maestria di un prestigiatore.
A Codignola non manca l’una né l’altra. Naturale che finisse nei retroscena e sul retropalco di un vero mago teatrante, di quell’altro baleniere mestierante: tra le quinte dello spettacolo di Abbiati che, interprete, sceneggiatore, regista, unico attore protagonista, di Welles è “una versione affabile e brianzola”. E che – grafico, mimo, disegnatore, equilibrista con un passato da sciatore – scivola con alata leggerezza sul dorso del gigante oceanico per porgerlo invitante al suo pubblico come “Una tazza di mare in tempesta”. E’ questo il titolo del suo show, replicato dal 2002 una trentina di volte, l’ultima al Festival di Mantova. Gli spettatori paganti dello show di Abbiati sono stati e sono, di replica in replica, mai più quindici. A Codignola auguriamo di averne, per ciascuna copia della tiratura, almeno altrettanti.
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