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ArchivioUna fogliata di libri

"La compagnia delle Indie" di Maya Jasanoff

Il Saggiatore, 446 pp., 25 euro

Occorre avvisare subito il lettore: il titolo italiano è fuorviante. Il tema del libro non è specificamente la storia della società inglese per il commercio con l’oriente, anche se questa vi svolge un ruolo di primo piano. L’originale inglese, “Edge of empire” – “Ai confini dell’impero”, si potrebbe tradurre –, è più indicativo, già che l’obiettivo di Maya Jasanoff – docente a Harvard, specialista in storia dell’impero britannico – è indagare “il modo in cui le persone in carne e ossa percepiscono l’espansione imperialista” appunto “ai confini dell’impero, in termini spaziali e temporali”. Vale a dire in India e in Egitto tra la metà del Settecento e quella dell’Ottocento, l’epoca e i luoghi in cui l’immagine dell’impero e la visione occidentale dell’oriente si vanno strutturando attraverso un lungo processo di incontri e scontri, di attraversamenti di confini materiali e culturali: è l’intersezione di potenza tangibile e rappresentazioni immaginarie lungo le mutevoli frontiere fra i due mondi il tema proprio dell’indagine. Condotta a sua volta – come specifica il sottotitolo originale, “Conquest and collec-ting in the East” – a partire dal punto di vista, insolito e stimolante, del collezionismo: “La storia del collezionismo mostra come potere e cultura si intreccino in termini complicati, fortuiti e spesso contraddittori. I collezionisti sono guide eccellenti per chi vuole attraversare le frontiere dell’impero, perché si misurarono attivamente e tangibilmente con altre culture”. Come fece, tra i tanti, Antoine Polier, svizzero al servizio della Compagnia, esperto di fortificazioni, bloccato nella carriera militare da una norma che impediva agli stranieri l’accesso ai gradi superiori, trasferitosi perciò a Lucknow – punto d’incontro delle culture urdu, moghul e persiana, crocevia di mercanti, pittori e letterati, centro del mecenatismo del nawab Asaf ud-Daula e degli intrighi degli emissari delle potenze occidentali – dove divenne consigliere militare del sovrano, fu investito di un titolo nobiliare moghul, ebbe due mogli indiane e da loro tre figli, che faceva curare dai medici locali. E che mise insieme una straordinaria collezione di manoscritti miniati in urdu, in persiano, in sanscrito, che una volta in Europa avrebbero aperto agli studiosi le porte di quelle culture. Ma Polier è solo uno tra i mille esempi di un mondo che emerge in queste pagine scintillante, concreto, ricco di personaggi straordinari, e che offre un’immagine dell’impero britannico nel suo farsi “caratterizzato da una complessità e un’incertezza maggiore di quelle lasciate intendere dalle ricostruzioni tradizionali”.

 

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