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ArchivioUna fogliata di libri

"Il destino dei Malou" di Georges Simenon

Adelphi, 200 pp., 18 euro

E’ un Simenon quintessenziale quello che emerge dalle pagine di questo romanzo, appartenente al periodo americano dell’autore, scritto in Florida all’inizio del 1947 e ambientato in una provincia francese claustrofobica, dove le convenzioni e il rispetto del rango sociale e dei relativi diritti di precedenza sono legge non scritta, ma ancor più stringente che se lo fosse. Il racconto si apre con il suicidio di Eugène Malou, uomo d’affari di cui tutti conoscono ormai l’incombente rovina. L’uomo si spara alla testa nel pomeriggio di un novembre nebbioso, sulle scale della dimora dei nobili D’Estier, dopo che il conte Adrien, dopo un breve e concitato colloquio, gli ha rifiutato un prestito. Attorno al cadavere di Malou, nel corso dei preparativi di funerali che la famiglia non sa ancora come pagare, si muovono figure grette e indifferenti. C’è la moglie avida e bugiarda, sposata da Malou in seconde nozze e preoccupata solo di esibire un finto decoro; la bella e spregiudicata figlia Corine, delusa da un amante sposato che non si decide a lasciare la moglie e anche lei non troppo addolorata per la morte del padre; c’è Edgar (figlio di primo letto del morto e di una donna che forse era stata una prostituta), ora sposato con una donna benestante e deciso a mettere molta distanza tra quel genitore ingombrante dalla fama di fallito, se non disonesto, e la sua nuova condizione di rispettabile funzionario in carriera. Il corpo senza vita e dal volto sfigurato di Malou riposa per l’ultima notte nella grande casa da cui presto tutti dovranno andar via, in un salone trasformato in camera ardente dove nessuno veglia accanto a lui. Solo il figlio più giovane, il diciassettenne Alain, sembra nascondere una parvenza di pietas dietro la grande timidezza, il silenzio e l’assenza di lacrime. Ma chi era Eugène Malou? Era certamente un uomo ambizioso venuto dal nulla, che aveva fatto buoni affari fino a quando non si era incaponito su un progetto visionario e perdente: la costruzione di un quartiere moderno, tirato su prima di ottenere che la municipalità vi portasse i mezzi di trasporto che gli avrebbero dato valore. Al figlio ancora adolescente toccherà, per salvarsi e per trovare un senso alla propria esistenza, ricostruire la vita vera di quel padre che con lui era stato sempre affettuoso ma che gli era rimasto estraneo. “Di colpo, da tre giorni a quella parte, provava un desiderio ardente di conoscere l’uomo che era stato suo padre e del quale, fino a quel momento, non si era mai curato”. La ricerca del padre diventa per il timido e ostinato Alain – che decide di vivere solo, di tagliare i ponti con il resto della famiglia, di smettere di studiare, di trovarsi un lavoro in una tipografia – come un’indagine poliziesca, la cui posta è il ritrovato orgoglio delle proprie origini, avvilite in un baratro di vergogna e di squallore. Il ragazzo si trova così a conoscere i vecchi amici di Eugène Malou, il cui profilo assumerà contorni impensabili, a loro modo eroici. Sarà soprattutto Joseph Bourgues a raccontare ad Alain chi era Malou (ma in origine il cognome era Malow o forse Malowski) e anche a dargli una chiave per capire quel suicidio plateale e inaspettato, da parte di un uomo di cui era noto il sangue freddo e la capacità di fronteggiare le più grandi avversità: “Mio padre era un uomo disonesto?”, chiede ansiosamente Alain a Bourgues. Il quale gli risponde: “Tuo padre era un uomo. E, credimi, un uomo è molto più raro di un uomo onesto, un giorno te ne accorgerai”. Alla fine Alain partirà per Parigi, deciso a diventare “un uomo”, come suo padre. Risuona qui l’esperienza dello stesso Simenon, che aveva più o meno l’età di Alain, diciannove anni, quando a sua volta, dopo la morte del padre, scelse di tentare la sorte a Parigi.

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