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ArchivioUna fogliata di libri

"I pugni nella testa" di Andre Dubus III

Nutrimenti, 509 pp., 15,50 euro

Autobiografia e insieme romanzo di formazione, duro, sincero, malinconico, pieno di passione, di voglia di riscatto e di accettazione, in certi momenti anche un po’ troppo. Una storia americana: da nessun’altra parte del mondo potremmo trovare un mix di affetti e violenza, di religione e divorzi, di alcol e sport, di studenti universitari che fanno i camerieri, di carpentieri che fanno i musicisti, di scrittori che praticano il body building insieme a teppisti da quattro soldi, di gente che si sposta continuamente da nord a sud, da est a ovest per inventarsi una nuova vita, ma anche per fare le stesse cose. Andre è un ragazzino di dodici anni timido, introverso, quando il padre lascia la famiglia perché s’è innamorato di un’allieva che frequenta il college dove insegna. E’ stata una mazzata, nessuno se lo aspettava. La mamma era talmente bella e sorridente e cucinava quei meravigliosi piatti del sud pieni di profumi e tutti sembravano felici. Avevano girato in lungo e in largo gli Stati Uniti seguendo gli incarichi di papà, che prima era capitano dei marine, non gli piaceva tanto ma s’era arruolato nel corpo per dimostrare a suo padre che era un vero uomo. Andre e i suoi tre fratelli erano nati a raffica, uno in fila all’altro, a partire dal 1958, tutti in una base della marina diversa, Suzanne in Virginia, lui e Jeb in California e Nicole nello stato di Washington. Il padre era quasi sempre imbarcato e quindi in famiglia non lo vedevano mai, quando tornava era di cattivo umore, non sorrideva, non parlava. Poi nel ’63 il nonno era morto, così papà si era ritirato dai marine ed era stato accettato nell’Iowa Writers Workshop, finalmente faceva quello che voleva.

Cominciava la sua vera vita. Scherzava coi figli, raccontava storie d’avventura che si inventava per loro. E poi c’erano feste continue, birra, tramezzini, sigarette, risate e poesie tutta la notte. I soldi erano pochi, così papà vendeva il sangue una volta al mese. Ogni anno otteneva un incarico in un college diverso, sempre in piccole città di provincia. I figli crescevano all’aria aperta, giocavano tra di loro, avevano qualche difficoltà a scuola perché erano sempre i nuovi arrivati e quindi presi di mira dai compagni. Soprattutto Andre, che non riusciva a reagire e restava impietrito dalla paura. “A volte venivo spintonato, preso a calci e buttato a terra. Cercavo sempre di immaginare che cosa avevo fatto per farli infuriare, non avevo ancora imparato che la crudeltà era la crudeltà, non si sa perché, si colpisce per primi e si colpisce forte”. Le cose erano precipitate col divorzio: mancavano i soldi, anche se il padre dava la sua parte e la mamma s’era messa a lavorare, faceva l’assistente sociale e tornava a casa tardi, così sfinita per aver tentato di aiutare ragazzi con problemi, che non aveva né tempo né voglia di accorgersi di quelli dei suoi figli. I ragazzi erano sempre più sradicati, traslocavano continuamente in quartieri più poveri, più violenti. Suzanne, la più grande, era l’unica a essersi integrata mica male: andava in giro truccata e vestita come una puttana, se la faceva coi piccoli boss, aveva messo su un piccolo spaccio per comprarsi la droga e fare dei regalini ai fratelli. Andre continuava a prenderle da tutti, si vergognava da morire per non esser riuscito a reagire neanche quando dei teppisti avevano violentato la sorella. Ma qualcosa era scattato: aveva cominciato con una tenacia ossessiva a fare esercizi di body building per difendere quelli a cui voleva bene. Si allenava anche alla boxe, era grosso, ma non riusciva a colpire. La prima volta che aveva cominciato a picchiare era stata una vittoria su se stesso, poi ci aveva preso gusto, non riusciva più a fermarsi, sentiva il piacere di distruggere l’altro. Era diventato un addicted della violenza. 

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