Di che cosa parliamo quando parliamo di canzone italiana? Il centocinquantenario dell’unità è stato anche l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei prodotti nazionali meglio riusciti, e certamente tra quelli che più hanno contribuito all’identità del paese. Nel bene e persino nel male, se pensiamo alla caricatura dell’italiano con mandolino incorporato (e vorrà pur dire qualcosa, il fatto che l’imperatore Federico II di Svevia si vide costretto, nel 1221, a proibire per decreto a Napoli serenate e mattinate nelle ore riservate al riposo). I due imponenti volumi che compongono questa antologia sono curati dallo scrittore Leonardo Colombati; uno che da ragazzo, negli anni Ottanta, aspettava l’uscita di un 33 giri “con la stessa emozione con cui i londinesi compravano il Master Humphrey’s Clock nell’inverno del 1841 per scoprire se la povera Nelly Tent morisse davvero nell’ultima puntata della ‘Bottega dell’antiquario’ di Dickens”. Il punto di vista, quindi, è di chi sa che la musica “conta” e che le canzonette non sono solo canzonette. Il primo volume si apre dando conto delle genealogie musicali che hanno portato alla vera e propria canzone italiana, con Napoli che naturalmente giganteggia come luogo di incubazione e di elaborazione ma con uno sguardo attento anche a quello che succedeva, negli stessi periodi, a settentrione. Fondamentale fu, nella nascita della nostra musica “leggera”, l’apporto operistico e la mediazione della romanza alla francese.
Altrettanto fondamentale e peculiare, la diffidenza verso la vera e propria poesia, a differenza di quello che per esempio è accaduto oltralpe. Il mondo della canzone e quello poetico da noi sono rimasti lontani e solo occasionalmente hanno dato luogo a operazioni più colte che pop: “Ci sono state le incursioni di Pasolini, Calvino, Fortini, Arbasino e Roversi: ma si è trattato di episodi sporadici, imparagonabili alla stagione parigina delle caves o all’esperienza del ‘canto popolare artistico’ greco degli anni Sessanta del secolo scorso”, con Theodorakis che mise in musica le parole della grande poesia neo greca di Seferis, Elytis, Ritsos e reinventò una tradizione musicale insieme popolare e nobile. Da noi, nulla di tutto questo. E’ stato un male? Si direbbe di no, a leggere storie e testi delle 1.142 canzoni popolari e d’autore scelte per raccontare “una eccentrica quanto gustosissima storia nazionale”, una specie di “complesso romanzo storico”. Il curatore confessa la discrezionalità in certe inclusioni ed esclusioni, a parte i casi addebitabili semplicemente al rifiuto delle case discografiche di concedere i diritti di pubblicazione dei testi. E rivendica l’elasticità dei criteri filologici: “‘Mattinata’ è per noi un successo di Caruso prima che una romanza scritta da Leoncavallo… così come il lettore potrà trovare ‘Dio è morto’, il cui autore è Guccini, nelle pagine dedicate ai Nomadi”. Per il resto, le canzoni che hanno fatto l’Italia e gli italiani ci sono quasi tutte. Da “Tu scendi dalle stelle” di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (ma siamo ancora in epoca pre unitaria, nel 1755) alle canzoni scritte di Raffaele Viviani o di Fregoli per il café-chantant, da “Bandiera rossa” di Carlo Tuzzi al “Barcarolo romano” di Romolo Balzani, da “Vivere” di Tito Schipa a “Maramao perché sei morto” del Trio Lescano, per arrivare a Totò, a Buscaglione, Modugno e Celentano, ai cantautori degli anni Cinquanta e Sessanta, a Battisti e a De André (ritratti in parallelo), fino a Rino Gaetano, Vasco Rossi, Zucchero, Jovanotti, Ligabue, Laura Pausini. Accanto ai big, decine di nomi meno noti che però, magari con una sola canzone, hanno saputo intercettare (e creare) il gusto di un momento, riuscendo a far cantare l’Italia.
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