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ArchivioUna fogliata di libri

"Ero Jack Mortimer" di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, 172 pp., 17 euro

Si chiamava Ferdinand Sponer, a dire il vero. L’identità di Jack Mortimer – cittadino Usa nato a Chicago il 12 novembre 1899, celibe, viso ovale, occhi grigi, capelli castani – gli era capitata sul collo in una notte viennese di pioggia nell’autunno del 1930. Le generalità rilevate dalla carta d’identità del passeggero della sua automobile, prelevato al Westbahnhof, la stazione a sud ovest della capitale, e scaricato ormai cadavere nelle acque impetuose del Danubio, non corrispondevano precisamente alle sue. L’autista aveva i capelli più scuri, gli occhi di un blu quasi nero. Ma, trentenne come il suo malcapitato cliente, poteva contare sull’anonimato di quasi tutte le foto da documento. Sulla distrazione di chi glielo avrebbe controllato. Sulla fortuna che aiuta gli audaci come lui che, almeno per una notte, solo fino all’indomani, intendeva accollarsi il destino del morto ammazzato sul sedile posteriore del suo taxi onde evitare il rischio di essere preso per il suo assassino.
Sponer non c’entrava niente, non sarebbe potuto essere più innocente. E ignaro: non si era neanche accorto che, nel tratto di strada tra la stazione ferroviaria e l’Hotel Bristol, dove l’avventore gli aveva chiesto di accompagnarlo, qualcuno era saltato sul predellino dell’auto e aveva sparato tre colpi di pistola, coperti dal frastuono del traffico all’ora di punta. Il traffico, appunto, e il panico gli avevano impedito di denunciare subito il fattaccio. Così, per nasconderne le tracce, aveva preferito fare come se nulla fosse accaduto. Aveva fatto sparire il morto. Raggiunto comunque la sua meta. Occupato la sua stanza con le sue valigie. Indossato i suoi vestiti. Fumato le sue sigarette all’aroma di miele. E incontrato coloro che quella morte doveva impedirgli di incontrare. Il precipitare degli eventi allora, arrivati già in gran corsa fino all’orlo di quel precipizio, ha un ritmo talmente incalzante e fatale che il lettore, dovesse abbandonare per un attimo il libro pubblicato da Alexander Lernet-Holenia nel 1933, continua a vedersi scorrere davanti agli occhi le sue scene: proiettate nella visione di un incubo ben congegnato o nelle sequenze di un film in bianco e nero anni Quaranta. Il mix prodigioso, malioso e davvero avvincente tra atmosfere vecchia Vienna da mondo di ieri e old America da sparatorie e gangster è messo a punto dallo scrittore dal doppio cognome che della doppiezza della sua vena (lirico nostalgica e avventurosa romanzesca) della sua identità (nobiliare absburgica e militare marinaresca) e vocazione (letteraria di grande autore e cinematografica di sceneggiatore) fece motivo di distinzione e di alterno successo.
Figlio illegittimo di una principessa carinziana e di un ufficiale di marina, nacque nell’Austria-Ungheria imperiale, crebbe con il crollo degli imperi centrali, maturò il suo estro sotto il regime sbeffeggiato (che lo mise all’indice) e toccò il culmine della gloria nel dopoguerra, salvo cadere in disgrazia per il suo conservatorismo rétro negli anni della disdegnata socialdemocrazia. Singolare ai limiti della stravaganza, inclassificabile – e a volte squalificato – come troppo spiazzante fuoriclasse, dagli anni Ottanta vive la sua grande, postuma riscoperta. Molto prima che morisse però (nel 1976), un grande conterraneo come lui approdato nel Nuovo Mondo da quello di ieri ne celebrò l’irresistibile originalità: Billy Wilder, che nella commedia “The Emperor Waltz” (1948) a lui si ispirò immaginando il ruolo di un gentiluomo ultrasnob che alla corte del Kaiser si faceva chiamare barone Holenia.

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