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ArchivioUna fogliata di libri

"Le ore sotterranee" di Delphine De Vigan

Mondadori, 219 pp., 19 euro

Mathilda è una donna di quarant’anni, lavora nel settore comunicazione di una grande azienda. Ora che la vita è senza sbocchi, l’istruzione non le sa spiegare la realtà, infatti è stata da una chiromante a farsi leggere la mano. Inizia così “ore sotterranee” di Delphine De Vigan, con alle spalle il premio Goncourt 2009. A Mathilda la chiromante ha predetto l’incontro con un uomo, quel 20 maggio che è la giornata della narrazione, entrando e uscendo dal presente. E c’è il protagonista parallelo, minore rispetto a Mathilda, in un romanzo al femminile: si tratta di Thibault, medico dell’emergenza sanitaria parigina. Con lui entriamo in una vicenda di amore disilluso, con un’amante chiusa in se stessa che concede solo il corpo. Thibault vive nella solitudine della macchina, da un’emergenza all’altra, nello sfinimento del traffico. A Parigi, ognuno è solo: medici, amanti, impiegati, vecchi abbandonati in appartamenti luridi con il frigo vuoto. Mathilda ha perso il marito ed è rimasta con tre figli adorabili. I protagonisti sono fatti l’una per l’altro: lei è sola e ha bisogno d’amore; lui è innamorato ma non è riamato, vorrebbe l’amore, Mathilda è stanca della vita senza l’amore e potremmo presagire che sarà il medico, l’uomo previsto dalla chiromante. E il romanzo comincia a dipanarsi, ricerca di amore e di speranza, opera di una scrittrice nota a livello internazionale con “Gli effetti secondari dei sogni”, altra opera sulla solitudine urbana. Mathilda inizia un’inesorabile emarginazione dove con la volontà le è sottratta la persona, racconto di uno stritolamento nella più completa assenza di amicizie: nei corridoi tutti la evitano come avesse su di sé la lebbra contagiosa del fallimento. Mentre Thibault visita parigini soli e poveri oppure soli e ricchi, Mathilda è relegata in una stanza senza finestre e senza pc, alle cui spalle risuona il rumore del bagno degli uomini. Una situazione concentrazionaria, dove le rimane la difesa, magica, di una carta da gioco per bambini. Sepolta nei camminamenti sotterranei della metro e adesso dell’ufficio, Mathilda vaneggia come nei sotterranei dostoevskiani. Poi ha la forza estrema di dare le dimissioni e lascia il lavoro. Quando sulla metropolitana incontra uno sconosciuto, Thibault, non sa riconoscere l’uomo del 20 maggio. Esce e torna a casa. Il medico la guarda con la sensazione di un’occasione perduta e appallottola la carta del Difensore dell’Alba abbandonata su un sedile, gettandola in un cestino. Ci sarebbe un altro linguaggio anche nei nostri giorni, ma non lo conosciamo.

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