Barney Panosfky ricorda con rabbia, e con la memoria che si sbriciola per colpa dell’Alzheimer. “Ho 68 anni, e non so proprio come me li sono beccati”, si lamenta, rubando le parole a un amico (anche lui ebreo, sincero fino al masochismo, non sfiorato dalla leggenda secondo cui la vecchiaia sarebbe il meglio della vita). Se vogliamo dar retta alla seconda moglie, Barney “ha un grumo di rabbia al posto del cuore”. Mentre la terza, Miriam, lo considera “un collezionista di rancori, come altri collezionano francobolli”. La prima consorte, Clara, non ha più voce in capitolo: poetessa, morta suicida, è diventata un’icona femminista, mentre il marito sopravvissuto viene ancora guardato con sospetto (accadde per anni al povero Ted Hughes, dopo la morte di Sylvia Plath).
L’acido, intelligentissimo e dispettoso Barney attacca a raccontare dopo una provocazione. L’eterno rivale Terry McIver (canadese di Montreal, e compagno di scorribande nella Parigi degli anni ’50) ha pubblicato la sua autobiografia. In risposta, viene seppellito sotto un’invettiva lunga 500 pagine. Tanto dura, senza il minimo cedimento e neanche mezza riga di noia, “La versione di Barney”, grande libro (forse autobiografico) di Mordecai Richler. Nessuno però avrà mai il coraggio di chiedergli se si parla dei fatti suoi, per paura di riceverne in cambio una battuta feroce. Come quelle che riempiono il romanzo, senza rispetto per amici, conoscenti, scrittori celebri, gruppi etnici e varie minoranze: gli ebrei sono messi alla berlina proprio come i canadesi francofoni, i lifting vengono collaudati con una ditata sulla guancia: “volevo vedere se restava l’impronta”. I primi a cadere in disgrazia sono gli affetti familiari. Nonno Panofsky, macellaio kosher, nel 1902 voleva emigrare in America come tutti quanti. Si ritrovò sulla nave diretta in Canada perché gli mancavano 25 dei 50 dollari necessari. Papà Panofsky si arruolò nella polizia, e morì di infarto tra le braccia di una massaggiatrice. Senza aver firmato la ricevuta della carta di credito. Lo fece il figlio Barney, e da allora ogni anno va a deporre sulla tomba del padre, invece del sassolino rituale, un tramezzino di carne affumicata e sottaceti, più una bottiglia di whisky. Su Barney grava il sospetto di un atroce delitto. Anzi, di un delitto quasi perfetto. In tribunale è stato processato e assolto per l’assassinio dell’amico Boogie. Eppure nessuno è disposto a giurare sulla sua innocenza. Lui, del resto, alle sue bugie ci tiene: “La prima volta che ho detto la verità sono stato accusato di omicidio. La seconda ci ho rimesso la felicità”. Tiene anche alle lettere che (alla maniera di Saul Bellow nel suo “Herzog”) scrive e spedisce, con esiti sempre disastrosi. Negare, negare sempre, sarebbe il suo motto. Ma quando si mette a scrivere la sua versione dei fatti, l’arruffone, logorroico, irresistibile Barney giura che sarà affidabile e sincero (lo dicono tutti, appena mettono mano all’autobiografia). A minare le buone intenzioni, c’è però l’Alzheimer, che costringe il poveretto a faticose ricerche della parola giusta. Una volta non ricorda più come si chiamano i sette nani, un’altra volta ha dimenticato il nome dell’arnese per scodellare la minestra. “Il romanzo si legge così velocemente che il lettore lascia segni di frenata sulle pagine”: la frase, un risvolto di copertina di qualche anno fa, rende bene quel che capita a chi prende in mano “La versione di Barney”. Raramente le invettive hanno una trama. E personaggi memorabili: leggere per credere le telefonate della Signora Panofsky alla mamma. E di rado hanno una grande storia d’amore. A cui si aggiunge la battuta politicamente più scorretta da dieci anni in qua: “E se il senatore McCarthy fosse stato il più grande critico cinematografico del nostro tempo?”.
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