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ArchivioUna fogliata di libri

"Glister" di John Burnside

309 pp., Fazi, euro 18,50

All’origine di “Glister” c’è un disastro ecologico, ma questo bel libro, che è sia un romanzo psicologico, sociale, di fantascienza, un thriller poliziesco, ci racconta di noi e del mondo in cui viviamo aprendoci uno sguardo nuovo, un po’ imprevisto su quel che sta sotto i nostri occhi tutti i giorni e diamo per scontato, rassegnati a subire. “Glister” sin dalle prime pagine sconcerta, come una piaga rimossa dalla morale contemporanea, quel peccato di “ignavia”, di cui a stento ricostruiamo il significato: vigliaccheria, forse. E’ quello che mandava su tutte le furie Dante, che nella “Divina Commedia” relegava gli ignavi in un non-luogo, perché non meritavano il Paradiso, non avendo mai fatto nessuna buona azione, ma non potevano finire neanche all’Inferno, perché ripugnavano perfino a Lucifero per quel loro tirarsi indietro davanti a qualsiasi responsabilità. Come noi, quasi tutti gli abitanti dell’Innertown, la disperata città post-industriale in cui è ambientato il romanzo, parlano di debolezza umana, di paura per giustificare le loro omissioni, il loro far finta di niente di fronte a tante brutture, a tante sofferenze, a tante ingiustizie di cui leggono sui giornali, che vedono in televisione, in cui inciampano ogni giorno. Ma noi, vedendoli da osservatori esterni attraverso l’obiettivo impietoso di John Burnside, riconosciamo che il loro non reagire è anche il nostro e che questo significa diventare complici. Il libro si apre con John Morrison che cura il suo cimitero segreto in una radura del bosco avvelenato. E’ sette anni che ci si dedica, che ci prega, quasi un’espiazione per la scomparsa del primo ragazzo dall’Innertown. Lui, il poliziotto della città, invece di fare le indagini del caso, aveva messo tutto a tacere. Era stato Brian Smith, l’eminenza grigia che stava dietro a ogni affare della Zona Proibita, che gli aveva “consigliato” di occultare la scomparsa. Avrebbe messo in allarme le autorità, c’era il rischio che scoprissero i suoi raggiri sulla bonifica ambientale, il recupero del territorio e tagliassero i fondi statali di cui beneficiavano gli abitanti. In fondo il disastro ecologico del Grande Stabilimento chimico su cui si era sviluppata Innertown s’era dimostrato un affare. Ci si campava tutti. Più o meno bene, molti s’erano ammalati di strane malattie ed erano morti, altri tiravano avanti malconci, bambini e animali nascevano malformati. In fondo alla gente non importava gran che dei ragazzi scomparsi, “solo” cinque in sette anni; avevano da pensare alle loro miserie in quel distretto avvelenato.

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