Romanzo d’un realismo brutale sull’egoismo, sul cieco istinto di sopravvivenza. L’“homo homini lupus” assale, distrugge, bracca ed è braccato, è predatore finché non diventa a sua volta vittima del più forte. La metafora su cui si regge il racconto è la cecità, che come una piaga d’Egitto colpisce indistintamente uomini e donne, vecchi e bambini, buoni e cattivi. La chiamano “peste bianca”, si diffonde per contagio e all’improvviso gli occhi si appannano: è come essere immersi in una poltiglia lattiginosa. Nessun sintomo prima, nessun danno neurologico apparente poi, nessuna diagnosi, quindi nessuna possibile terapia. Unico intervento del governo è l’isolamento dei malati e dei possibili contagiati per tentare di arginare il diffondersi della pestilenza. Unico posto disponibile e adatto perché fornito di recinzioni è un ex manicomio. Il romanzo del 1995, ma potrebbe essere scritto oggi: stessa la fobia per le pandemie, stessi gli interventi contraddittori dei governi, stessi gli interventi mediatici ora apocalittici ora tranquillizzanti. L’ambientazione è una città che assomiglia alle nostre. E’ un archetipo, come lo sono i personaggi: nessuno ha un nome, vengono definiti attraverso le loro professioni o le loro caratteristiche esteriori: il medico, l’autista, il ladro, il primo cieco, la ragazza dagli occhiali neri. Dei protagonisti sappiamo qualcosa della loro vita precedente, ma di fronte alla lotta per la sopravvivenza riveleranno caratteristiche imprevedibili, salterà fuori la loro vera natura al di là di ogni condizionamento sociale. Unico personaggio imperscrutabile è la moglie del medico. E’ la sola a non essere colpita dal male bianco, ma finge di esserlo per poter stare accanto al marito; dimostra un coraggio, un senso di abnegazione straordinari nell’aiutare e organizzare la comunità dei ciechi. Fino alla fine non svela a nessuno il suo segreto per inserirsi alla pari con gli altri malati; le sue indicazioni sono discrete, ma precise, come prendessero spunto dalle osservazioni sentite in giro. Mette cioè il suo privilegio, il suo potere al servizio degli altri. Il governo centrale invece ha paura. Prima nega il problema, poi usa la repressione violenta. L’ex manicomio in cui sono internati ciechi e contagiati viene circondato dall’esercito con l’ordine di sparare a chiunque provi a scappare. Molti saranno uccisi brutalmente. All’interno i malati sono lasciati a loro stessi, brancolano nel loro mare lattiginoso, non trovano i letti, si aggrediscono, litigano, si derubano reciprocamente. Finché un giorno i soldati di guardia non ci sono più: tutta la popolazione è diventata cieca.
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