Sarcastica come nella tradizione dello humour inglese, Ali Smith ci aggiunge di suo un infantile abbandono alla tenerezza, all’amore, anche se sa bene che dura finché dura. Questo mix di cinismo e passionalità dà ai suoi racconti una caratteristica speciale, può suscitare irritazione o un’attrazione irresistibile, a seconda di gusti e personalità del lettore. Per capirci, ecco un saggio della sua poetica tratto dal racconto che dà il titolo alla raccolta. “Tu non sei la prima persona che è stata ferita dall’amore. Non sei la prima persona che ha bussato alla mia porta. Non sei la prima persona che ho cercato di impressionare recitando brillantemente la parte di quella che non si lascia impressionare. Non sei la prima persona che mi fa ridere. Non sei la prima persona punto. Ma sei la persona di questo momento. Noi siamo le persone di questo momento. E questo basta, no?”. Ne “La storia delle storie”, vediamo una figlia adolescente che giorno dopo giorno assiste al progressivo degrado della madre, prima depressa, poi pazza furiosa. Intanto prova a far finta che tutto vada come prima e si arrangia. La tensione cala mentre fa i compiti. Le hanno assegnato un tema sull’esecuzione di Maria Stuarda scritto “come un vero articolo di giornale”. Eccolo: la sventurata regina indossa un vestito molto fashion di raso e velluto nero. La regina è molto imbarazzata perché per facilitare la decapitazione deve togliersi l’abito, cosa che non le è mai capitata davanti a tanta gente. A interrompere la descrizione esilarante e surreale, ci pensa la madre che comincia a insultarla, a urlare parolacce. Allora la ragazza, come tutte le adolescenti normali, telefona a un’amica per trovarsi a un centro commerciale. Lo sguardo di Smith sui rapporti famigliari si sposta in “So qualcosa che tu non sai”. Questa volta è una madre che vede il suo bambino ammalarsi. Un giorno di maggio era tornato da scuola e si era messo a letto. Era passata l’estate, e lui ormai non provava neppure ad alzarsi, apriva a stento gli occhi. Nessuna analisi, nessun test, nessun medico avevano saputo identificare la causa. Probabilmente si trattava della solita, generica diagnosi di un’affezione post-virale che tirano fuori quando non capiscono niente. In quell’inutile trafila s’erano bruciati tutti i risparmi. E il figlio continuava a peggiorare. La madre allora cerca sulle pagine gialle. Alla voce “Guaritori” la rimandano a “Terapie alternative”. Comincia un’altra grottesca trafila di personaggi improbabili, approfittatori cinici o medium. La madre riconosce il loro squallore, l’idiozia in cui si è ficcata, ma ha bisogno di credere, come tanta povera gente lasciata sola col suo dolore.
© - FOGLIO QUOTIDIANO