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ArchivioUna fogliata di libri

"Frank Lloyd Wright" di Robert McCarter

262 pp., Bollati Boringhieri, euro 20

Frank Lloyd Wright è uno degli architetti americani più famosi, ma non ha mai costruito un grattacielo. Di lui conoscono tutti la “Casa sulla cascata” in Pennsylvania, l’Imperial Hotel di Tokyo e il Guggenheim Museum di New York, i primi costruiti negli anni Venti, l’ultimo intorno al 1950, opere che colpiscono ancora sia per la loro straordinaria modernità che per originalità, imprevedibilità di soluzioni formali e materiali adottati. Probabilmente oggi, Commissioni edilizie, Belle Arti e ambientalisti gli avrebbero bocciato i progetti. Il normale senso del pudore  imporrebbe di nascondere una casa tra le fronde degli alberi, anziché costruirla proprio su una cascata. Eppure Wright ha fatto qualcosa alla maniera dei castori: ha gettato giganteschi massi, lunghe travi di legno ricoperte di cemento, disposti su diversi livelli attraverso la cascata e ne ha ricavato una casa con sopra, sotto, davanti, dietro, vetrate di congiunzione e panoramiche. Sua maestra è l’armonia e la geometria della Natura e definisce l’architettura come un “sermone nelle pietre”. L’idea gli era venuta da una frase del “Come vi piace” di Shakespeare che gli citava sempre la madre: “Questa nostra vita lontana dal riflusso del volgo trova linguaggi nelle piante, libri nel fluire dei ruscelli, sermoni nelle pietre, e in ogni cosa il bene”. Un percorso il suo antiaccademico, fuori dalle università, ma di pratica concreta, come quello di Le Corbusier. La sua idea è quella di progettare città a misura d’uomo, con elementi base semplici ed economici anche prefabbricati e di personalizzarli a seconda dell’ambiente e della personalità di chi ci vive. Un innesto di essenzialità e armonia giapponese con la praticità americana. Le chiese dovrebbero comprendere Auditorium, centri ricreativi, circoli culturali e politici. A un certo punto pubblicherà addirittura i suoi progetti su settimanali popolari, proprio per trasformare dal basso l’architettura. E’ un po’ paradossale che la sua fama sia legata a edifici straordinari per una committenza di miliardari, che usava appunto per finanziare i suoi progetti, quando la sua era una rivoluzione di stampo socialista e umanista insieme. La parte finale del libro, a cura di Roberta Martinis, tratta dei rapporti con l’Italia: un modello di urbanizzazione alternativa per Mussolina nel 1935,  progetti per Venezia, la sua “scoperta” da parte di Bruno Zevi, la mostra del 1951 a Palazzo Strozzi e l’influenza sui nostri architetti, in particolare su Carlo Scarpa.

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