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ArchivioUna fogliata di libri

"La sindone di Gesù Nazareno" di Barbara Frale

252 pp., Il Mulino, euro 28

Il 13 ottobre del 1988, le agenzie di tutto il mondo battono una notizia sensazionale (anche se attesa, e da più indiscrezioni annunciata): la sindone, il telo venerato da milioni di fedeli come il lenzuolo funebre di quel Gesù che i cristiani affermano risorto, è un falso medievale. Mentre un pugno di irriducibili esperti dell’oggetto insorge, da un lato denunciando le scorrettezze che hanno accompagnato il test del carbonio 14 che ha fornito il dato, dall’altro riproponendo le evidenze che depongono a favore di un’origine molto più antica, l’opinione generale si adagia nel responso. E così, la scoperta che sul telo sono tracciate delle lettere finisce in un totale silenzio: “Cosa potevano valere delle tracce di scrittura aramaica su un falso del Medioevo?”.
Ma Barbara Frale, ufficiale dell’Archivio segreto vaticano, non si è fatta intimidire dal – peraltro sempre più di-scusso – “verdetto della scienza”, e ha provato a mettere in fila quelli che fino a ora erano ritrovamenti sparsi e privi di senso (“il grande merito di aver trovato queste scritte – chiarisce – spetta a quanti mi hanno preceduto, e il mio contributo consiste soltanto nell’aver cercato di capire il significato di quelle parole”). Già nel 1978 infatti era emersa la presenza di segni identificati come lettere latine, greche ed ebraiche. Nel 1994 la questione viene sottoposta al prestigioso Institut d’Optique Théorique d’Orsay, dove André Marion ha messo a punto un sistema computerizzato che permette di rilevare le tracce chimiche lasciate su un supporto da una scritta poi cancellata, o addirittura che l’inchiostro può aver lasciato su un materiale con cui è venuto a contatto, come nel caso di un papiro ritrovato in Tagikistan il cui testo era rimasto impresso sul fango poi seccato che lo aveva imprigionato. Le ricerche di Marion confermano i rilevamenti compiuti a occhio nudo, e rivelano la presenza di altre tracce, alcune leggibili con sufficiente chiarezza: anche qui, non si tratta di iscrizioni eseguite direttamente sul telo, ma di impronte lasciate da un testo scritto su un altro supporto con cui il lenzuolo è stato a contatto.
Quel che emerge è per alcuni versi plausibile, per altri sconcertante: in latino si legge “INNECE(M)”; in greco (traslitteriamo) “[I]ESOY[S] NNAZARENNOS”, un gruppo “I-BER” che facilmente può essere un resto di “Tiberio”, due sequenze che significano rispettivamente “verso sera” e “noi l’abbiamo trovato” (o “perché trovato”); in ebraico le tre lettere “ADA”, che potrebbero indicare il mese di “adar”. Dunque qualcosa che ha a che fare con la morte di un certo Gesù Nazareno; ma perché le altre scritte, che non hanno riferimenti ai testi evangelici? Perché, se si tratta di aggiunte di qualche devoto medievale, non si rifanno agli elementi noti della crocifissione, come il celebre “titulus crucis”, “INRI”? Perché gli errori (“nazareno” con quelle due doppie enne)? Perché la mescolanza di lingue? Perché, infine, i paleografi a cui la Frale ha chiesto una datazione dei testi sulla base della grafia, senza far parola della loro provenienza, li hanno concordemente collocati in epoca molto antica, intorno al primo secolo d.C.?
Per rispondere agli interrogativi, la Frale conduce il lettore in un affascinante viaggio nella Palestina romana del primo secolo; e giocando la sua competenza di storica e archeologa tra le mille forme della scrittura dell’epoca, gli usi funerari ebraici e le norme giuridiche dell’impero, arriva a tracciare sulla natura delle scritte un’ipotesi persuasiva. E assolutamente “laica”: non sono in questione la divinità di Gesù o la sua resurrezione, ma semplicemente il tentativo di risolvere un piccolo giallo storico su un uomo messo a morte venti secoli fa.

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