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ArchivioUna fogliata di libri

"Beirut Storia di una città" di Samir Kassir

704 pp., Einaudi, euro 35

Un misto di veemenza di pensiero e di tranquillità della vita. Una benedizione per qualsiasi intellettuale degno di questo nome. E per un intellettuale arabo, spogliato della libertà e impedito da crescenti divieti, un autentico paradiso, così lontano, così vicino”. Ecco come descrive Beirut il saggista Samir Kassir, già autore di “L’infelicità araba”. Beirut è la città dove Kassir trovò la morte nel 2005, assassinato con un’autobomba da mandanti rimasti ignoti. L’aveva quasi previsto: “A Beirut si può non tornare da dove si va, ma ci si va lo stesso. Anche quando non si vuole combattere, bisogna gestire la quotidianità come un percorso da combattente. Sapersi rintanare quando occorre. E avere l’orecchio fino, per distinguere tra il rumore di fondo dei tiri di routine e di quelli che uccidono”. Com’è possibile allora parlare di “tranquillità della vita” a Beirut?
Kassir risponde raccontando una storia che dura da 600 mila anni. A tanto risalgono, infatti, i primi insediamenti di Ras Beirut, l’attuale parte nordoccidentale. Da qui, nei millenni, passarono tutti: dai cananei agli egiziani, dai romani ai greci, dai cristiani agli islamici. Ma il vero boom commerciale e demografico avvenne nel XIX secolo, durante il quale gli abitanti della città passarono da seimila a centomila e nei porti transitava più di un terzo del commercio della Siria. Fino a oltre la seconda metà del Novecento, le banche di Beirut furono il fulcro finanziario dell’intero mondo arabo, e gli uomini d’affari, grandi e piccoli, non lasciavano trascorrere due settimane senza tornare tra le accoglienti braccia della città, il cui lungomare vide fiorire alberghi di lusso che non avevano niente da invidiare a quelli leggendari del Vecchio Mondo. Il Libano veniva chiamato, prendendo il prestito da Lamartine, “la Svizzera del Levante” e Beirut era così splendida che gli aerei sorvolavano più volte la città prima di atterrare, per far colpo sicuro sui turisti, così come l’aveva fatto secoli prima su Gerald de Nerval, altro amante non pentito della sua particolarissima atmosfera.
Una crescita ininterrotta fino a pochi decenni fa, quando Beirut cominciò improvvisamente a rinchiudersi: “La tentazione dell’Occidente sfociò nel suo contrario”. Sono i capitoli più amari del libro: “Il brusio del mondo è crudele. L’universalità cui Beirut non aveva smesso di ambire, eccola infine raggiunta, e ciò avviene grazie alla guerra”. Ma, conclude Kassir, “questo libro non è certo la storia della sua morte”.

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